domenica 11 marzo 2018







3/ Novant’anni fa: L’Italia al Polo Nord

Ritornare, ritornare a ogni costo!

 “12 maggio 1926, ore 1.30. Piantata al Polo la bandiera italiana”. Brevità del Brogliaccio nel momento più atteso e intenso del primo volo polare! E allora dove trovare un’eco delle emozioni del nostro Nobile? Nei giorni di Teller, ancora in quel maggio del 1926. E leggendo gli appunti di quei momenti si capisce subito che il progetto della spedizione dell’Italia nasce il 12 maggio del 1926.
Apriamo le carte di Nobile. Siamo a Teller, pochi giorni dopo la spedizione del Norge. Nobile scrive ad Ugo Ojetti,  direttore del Corriere della sera. Rievoca i momenti fatidici della spedizione con il lancio del tricolore sulla banchisa. E accanto alle emozioni pulsanti scrive un dettaglio che dopo oltre novant’anni non passa inosservato. Dopo il lancio della bandiera il Generale fa rigirare il dirigibile: ritorna alla latitudine 90 per rivedere il Polo e il vessillo tra i ghiacci. Nobile è conquistato: non riesce a staccarsi da quel posto. Non lo ammette subito. Sente però la voglia di ritornarvi ancora. La seconda spedizione nasce nel momento stesso in cui la prima è al momento culminante.
E’ la cronologia degli scritti del Generale a testimoniare che i fatti siano andati così. Sempre in uno dei tre scritti consegnati a Ojetti, risalente a settembre 1926, Nobile scrive: “Gli uomini torneranno al Polo… Si fermeranno solo quando il segreto della fredda solitudine polare sarà completamente svelato”.  Sono passati quattro mesi dal 12 maggio: Nobile parla ancora in modo velato, ma ha deciso. Tornerà al Polo.
Negli anni successivi il Generale ricorderà che il pensiero si concretizzerà a Teller, appena sceso dal Norge, osservando un mappamondo.
Non seguirò in questi scritti estemporanei tutte le vicende appassionanti dell’Italia: gli scritti di Nobile, Viglieri e Ferrante sono a disposizione di tutti.
Mi basta solo lasciar presagire le difficoltà che Nobile ha ben presenti in quel settembre ’26: Mussolini che dirà? E Balbo che ormai si è impadronito dell’Aeronautica che pedine muoverà in questa formidabile partita a scacchi?   
Ma Nobile è un indomabile. E mentre è a Milano, ancora nel settembre del ’26, si confida con Belloni, l’amico intimo di Arnaldo Mussolini, il fratello del Duce. Un primo approccio c’era già stato in una lettera del 21 luglio, sempre del ‘26.  
Un’eco di quegli scambi confidenziali è nelle parole dello stesso Belloni, podestà di Milano, nel discorso tenuto nella Sala Alessi di Palazzo Marino.
E’ il 4 settembre del 1926. Da poco sono passate le 23 quando il Podestà prende la parola prima di consegnare la medaglia e il diploma della cittadinanza onoraria al nostro Generale.
Rileggiamo l’ultimo scorcio del suo discorso:
“Dal momento che ho l’altissimo, immeritato onore di proclamarvi cittadino milanese, lasciate che vi dica come Milano è ben degna d’avervi suo concittadino; Milano, l’anima pronta ad ogni fremito della Patria; Milano, la formidabile energia che è stata l’incudine saldo, sul quale il fabbro di Predappio ha forgiato l’animo del guerriero fascismo milanese; Milano, che ha l’orecchio teso ad ogni sentimento nuovo, che rievoca in ogni istante il sentimento della Patria; Milano vi dice, Umberto Nobile, italiano grande, oltre i confini d’ogni terra: Venite con noi, noi siamo degni di voi, noi vogliamo dirvi che per ogni ventura futura, si tratti di sentir battere l’ali vittoriose d’Italia in guerra ed in pace, Milano, i vostri concittadini, sono in ogni istante con voi”.
Non so quanto Titina sbadigliasse mentre Belloni dava fiato alla sua retorica; non credo abbia fatto pipì sui tappeti della Sala come invece fece lì alla Casa Bianca davanti al Presidente degli Stati Uniti. Nobile però ascolta. E intuisce. Milano aiuterà il suo progetto.
Belloni poi si affaccia al balcone del Palazzo e parla con più chiarezza a una città che – non dimentichiamolo – già allora alla retorica preferiva la pragmatica: “Milanesi, date a Umberto Nobile il vostro grido augurale per le nuove, formidabili imprese alle quali egli si accinge, e le nuove imprese, ve lo garantisco dal balcone di Palazzo Marino, avranno, col nome di Umberto Nobile, l’impronta milanese”.
La retorica non è mai chiara, imprigionata nella parabola degli allegorismi: è del Polo che si parla, o del volo verso Rio de Janeiro?
Poco importa adesso. Perché questa storia di novant’anni fa è piena di intrighi, di colpi bassi, di fascisti che fanno la guerra tra loro. E in mezzo c’è Nobile. Con una domanda sottintesa che ancora oggi riecheggia: ma Nobile quanto era fascista? E chi è questo Belloni, mandato a “mussolinizzare” il comune di Milano, per dirla con le parole ispirate da Arnaldo Mussolini? Chi avrà pazienza lo saprà!

© Severino Santorelli


martedì 6 marzo 2018


2/ Novant’anni fa: L’Italia al Polo Nord

Ascoltando un discorso a Montecitorio


Uno stralcio. Sì, consideratelo uno stralcio l’episodio che oggi rileggo con voi.
Non ha senso, estrapolato com’è dai miei appunti. Ho solo la scusa di sentire Marziale dalla mia parte: edita ne brevibus pereat mihi carta libellis… che questi appunti scarni almeno non vadano perduti.
D’altronde lo dissi precedentemente: a volte sarò frammentario, a volte più ampio. E’ un rischio narrare l’epopea di Nobile così, ma è il gioco della storia, del quotidiano scorrere del tempo. E allora scorriamo pure l’arida cronologia.
Anch’essa alla fine ci rivelerà qualcosa!
Andiamocene a Montecitorio. Alla Camera di novant’anni fa. Sì, esattamente il 6 marzo del 1928. E se volete pure un’ora eccola: le 16.30.
Il presidente Casolaro ha appena finito di presentare i disegni di legge. Distratti, al banco del governo seggono Rocco, Ciano, Volpi.  Man mano entrano anche Federzoni, Belluzzo… Uno sguardo nervoso all’orologio non può mancare.
Quasi goffo nella stazza Pietro Fedele, ministro della pubblica istruzione sale sulla tribuna. Ha nn fascio di carte sotto le braccia. Già: oggi è il suo giorno: la presentazione del bilancio preventivo del suo ministero.
L’aula è ancora semivuota. Ma si sta riempiendo di minuto in minuto.
Perché c’è uno che sta per fare il suo ingresso in aula. Il vociare si spegne. Sono tutti in piedi, con il braccio destro che freme impaziente di scattare… “Saluto al Duce!”. Lui siede impettito al banco. Lo sguardo deciso verso i deputati, le sue creature. Il Duce fa un cenno.
Ora sì che Fedele può parlare.
A rileggerlo quel testo viene da chiedersi se sia il 1928, o il 1968 o qualche anno più vicino a noi. Il tempo passa ma a volte il linguaggio della politica sembra ripetersi spesso con la stessa cadenza.
Pietro Fedele poi è un tipo flemmatico: un “Don Abbondio”, così lo definirà Giovanni Gentile.
E mentre passa in rassegna i successi del Governo nel campo dell’istruzione, ecco che a un certo punto sembra infiammarsi. Di che parla? Teniamoci forti! Dell’educazione fisica.
Essa “non è solo rafforzamento delle membra, ma educazione del carattere e della volontà”.
Ascoltiamo ancora: la scuola è ormai fascistizzata, e deve esserlo sempre di più, perché i giovani vanno educati al “culto della forza”. Il culto della forza -  continua – “messo al servizio di un’idea”.
E chi sono i forti, i modelli tipici di questa forza che il regime insegue?
“I forti di oggi si chiamano Umberto Nobile e Francesco De Pinedo”.
Non è la prima volta che il nome di Nobile, accoppiato al De Pinedo risuona alla Camera… Quasi un anno prima, 9 marzo 1927: scena quasi simile, ma per bocca del napoletano D’Ambrosio.
Ritornerò sulle parole di Fedele. Vanno pesate, quasi filologicamente.
Usciamo dalla Camera ora. Perché in quegli stessi giorni qualcosa sta succedendo. Un fatto serio. Grave. E Nobile lo sa.
Alla prossima!

© Severino Santorelli


mercoledì 28 febbraio 2018


A settanta anni dalla Assemblea Costituente

1 / L’ultima lotta
 Il Costituente Umberto Nobile nella Commissione per la Costituzione



Gli anniversari sono sempre un problema. Ricordando i fatti accaduti in tempi più o meno lontani c’è il rischio, quasi paradossale, di dissociarli dal loro significato, mettendo così da parte la memoria, a cui vengono preferite più comode e semplici commemorazioni retoriche e forse anche festaiole. Ma nel ricordo c’è anche il pericolo di lasciarsi guidare dalla superficialità e dal “già detto”, a scapito della propria ed altrui conoscenza.
Premesse, queste, necessarie per dare senso ad ogni evento o per accostarsi a personaggi ormai lontani da noi.
Ciò vale anche per una personalità poliedrica e complessa come Umberto Nobile. Di lui si conoscono tante cose: “inventore, esploratore, nauta”, ma la sua storia personale registra anche la partecipazione all’Assemblea Costituente. Tema trattato di sfuggita, a cui finora non è stato dedicato, per quanto ne sappia, uno studio appropriato.
Lo scopo di questo saggio è far conoscere le fasi iniziali del Nobile costituente, il Deputato che partecipa nella Commissione per la Costituzione alla stesura del progetto di Costituzione da cui poi deriverà l’attuale testo costituzionale. Per tale motivo ho tralasciato l’impegno costituente vero e proprio che, iniziato nel marzo 1947, continuerà fino all’approvazione del testo fondamentale e su cui mi riprometto di tornare in seguito, se mai ne avrò la possibilità.
Consegno questo saggio - nato per pura curiosità intellettuale - senza alcuna pretesa né di completezza, né di competenza, con la speranza che esso possa suscitare nella comunità degli studiosi quel desiderio e interesse capaci di promuovere un dibattito sul Nobile dell’impegno civico.
Lo studio, condotto sui resoconti sommari della Commissione per la Costituzione, che formano l’unica fonte principale per l’argomento in questione, mi ha convinto che l’esperienza politica di Nobile non è un episodio marginale della sua vita, ma la logica e necessaria conseguenza della sua esperienza fondamentale, quella a cavallo degli anni 1920 – 1940.
Il Lettore si accorgerà poi che spesso nelle note ho tentato di approfondire quanto ho scritto nel testo in modi più sobri e sintetici come anche si renderà conto che volutamente, non ho voluto intrattenermi sulle cronache dei giornali dell’epoca, optando per il tentativo di ridare voce al Nobile quale risulta negli Atti parlamentari.
Un’ultima annotazione, fondamentale. Chi scrive aveva un anno e mezzo quando Nobile moriva e la sua cittadina natale, tramite l’allora Amministrazione Colucci, promuoveva una giornata di studi in ricordo del grande Generale. Sfogliando le pagine di quelle relazioni, ho riletto gli interventi di Ottavio Colucci e Gerardo Bianco. Essi auspicavano in un giorno non lontano che qualche giovane di Lauro riscoprisse il Nobile costituente.
Senza alcuna presunzione, giovane tra i giovani di Lauro, spero di aver esaudito, sia pure con superficialità, l’auspicio di trent’anni fa. Ed è ai giovani di Lauro che dedico questo lavoro, convinto che prenderanno sul serio, meglio di me, l’impegno chiesto in quelle giornate commemorative del 1978.


(continua)
© Severino Santorelli

martedì 27 febbraio 2018







1/ Novant’anni fa: L’Italia al Polo Nord

Avvicinarsi a Nobile oggi

Recentemente Antonio Ventre – responsabile del Museo Nobile di Lauro – dichiarava al giornalista Castaldo che Nobile è “una figura tutta da riscoprire” (cfr. Vincenzo Castaldo, Nuova vita al museo Nobile, in Il Mattino, 25 febbraio 2018, sezione Cronaca irpina).
Riscoprire Nobile non mi sembra un affare semplice e da poco, tanto è vasto lo spessore dell’uomo.
La stessa domanda “chi era Nobile?” non trova una risposta immediata e univoca.
La lapide della Villa Lancellotti di Lauro che ricorda il 50° anniversario della spedizione polare del 1928 tramanda a ogni laurinense il figlio illustre che fu “inventore, esploratore, nauta”.
Già tre elementi tra loro molto ampi ma almeno consequenziali: un artefice che esplora navigando.
Queste tre qualifiche si fermano però solo all’esterno della persona. Ben poco lasciano presagire della sua interiorità, del suo spirito, degli inquieti pensieri che hanno reso e rendono affascinante Umberto Nobile.
E allora: chi era Nobile?
Uno spaventoso ambizioso capace di farsi forte di una fugace montatura di un’intera Nazione, come Italo Balbo dichiarerà dinanzi alla Commissione d’Inchiesta il 13 novembre del ’28?
O era l’eroe che appassionò il mondo intero nel biennio 1926-28, acclamato dalle folle in delirio?
E non era anche il cattolico intrepido a cui Pio XI affidò il compito di consacrare a Cristo Re il vertice della terra?
E perché a questo punto non aggiungere anche che era un uomo capace di cavalcare le idee politiche del suo tempo? Ma si: ancora in tanti lo sussurrano: fascista con i fascisti, democratico con i democristiani, comunista con Togliatti…
Fermiamo la rassegna? Niente affatto.
Si può tralasciare il Nobile costituente, colui che con una genialità unica ci consegnò gli articoli 9 e 139 della Costituzione? Tacere di lui, che in una sera dicembrina del ’47 lì a Montecitorio, ultimo di tutti i Costituenti, prese la parola, nello sconquasso dell’aula, mettendo il sigillo alla nostra Carta Costituzionale con quell’articolo fatidico e definitivo?
Non basta dire solo che è stato l’uomo ingiustamente condannato, poi assolto, biasimato e innalzato, quasi da sembrare il Napoleone manzoniano, che fino all’estremo ha gridato per dire la verità dei fatti?
E se dicessimo semplicemente che è stato un eroe d’altri tempi, quasi leggendario?
Dimenticheremmo però l’uomo di cattedra, il professore ammirato dai suoi studenti, lo scrittore colto, chiaro, avvincente.
Ecco: ogni volta che mi avvicino al Generale ho le vertigini del pensiero. Non è semplice approfondire Nobile!
Perché Umberto Nobile è stato quanto ha realizzato e al contempo non è solo un personaggio da epopea.
Nobile sfugge a ogni definizione: è troppo vasto per essere compreso in una semplice voce enciclopedica (leggete la recente voce di Surdich sul Dizionario Biografico degli Italiani e forse la penserete come me) o troppo ampio per essere ingabbiato come souvenir di uno sciocco e puerile gioco campanilistico.
Uomo dagli alti ideali e quanto mai concreto, preveggente dei rischi, calcolatore di ogni minimo dettaglio nelle esplorazioni, eppure animo altamente poetico e romantico, vegliardo dei contrasti opposti, egli paga il fio di chi è davvero grande. Perché è grandioso Nobile e sarà destinato a essere incompreso sempre.
Quest’uomo è un fulmine di guerra, capace di appassionare e contrastare appunto, e perché?
Perché è colui che ha varcato le soglie dell’ignoto.
Umberto Nobile è l’uomo che ha dato fendenti all’inviolato mondo dei ghiacci eterni. E da questa terra dell’ignoto è riuscito a ritornare – cosa inaudita – facendo fremere, impallidire e appassionare.
Ma dalla terra dell’ignoto è tornato cambiato, o forse non è mai tornato.
Nobile non è mai tornato perché lì ha assaporato la libertà dello spirito: lì egli è stato re di se stesso, al di sopra di ogni legge di natura. Era ormai un uomo trasfigurato dalle altezze del mondo inviolato; destinato a rimanere inquieto, non è più stato capace di resistere al fascino tempestoso del figlio di Astreo. Novello Petrarca altro non sapeva dire: “Rotta è l’alta colonna e ‘l verde lauro che facean ombra al mio stanco pensiero… perduto ho quel che ritrovar non spero, dal boreo a l’austro, o dal mar indo al mauro”.
Ecco chi era Nobile: uomo venuto dall’ignoto, bruciato dai venti della passione e della libertà. E perciò eccezionale.  E perciò difficile riscoprirlo.

E allora, perché avvicinarsi ancora a lui?
In effetti, in un’epoca fugace come la nostra, logorata dalla schiavitù dell’android, è inutile parlare di Nobile. E’ troppo grandioso per un tempo piccolo e mediocre come il nostro, dove a farla da padrone sono i dilettanti ambiziosi.
Eppure mi riavvicino a lui.
Per un motivo personale anzitutto, comune a me e a tutti i quarantenni di Lauro.
Eravamo ragazzini allora, lì alla “Benedetto Croce” e… crescevamo col generale!
Ogni mattina lo scorgevamo: nelle sue foto, nei suoi appunti, nelle tute, nelle eliche, nei suoi disegni. In quei lontani anni ’80 tutti i cimeli che Nobile aveva regalati a Lauro erano stati depositati negli atri e nei corridoi della Scuola Media in attesa che venissero allestite adeguatamente le sale dell’attuale Museo Nobile.
Oggetti che incuriosivano, sempre pronti a essere guardati, studiati, ammirati. E con la familiarità crescevano la curiosità e il fascino.
Penso che un uomo intelligente come il sindaco Ottavio Colucci non avesse scelto a caso quella collocazione provvisoria. Uno come lui aveva previsto che attraverso quell’allestimento prima o poi sarebbe nato nei futuri cittadini di Lauro l’entusiasmo e la fierezza di essere concittadini del Generale. Grazie, indimenticato e – ahimè per me – poco noto Sindaco.
Se questo è un motivo personale si affianca anche un’altra motivazione, anch’essa laurinense.
E’ un motivo che sa di arcano: una profezia che Giuseppe Del Cappellano vaticinò nel 1653, quando San Sebastiano venne eletto patrono della Terra di Lauro.
Cantando al Santo martire, lo scrittore secentista nella enfasi retorica scriveva:
O patria, es felix retinens te laeta tuentem: sollicita optatum, sors tibi diva favet: quidque per hunc Nobilis non tradet numen ab alto spicula cui lingua?
Sei fortunata o patria perché lieta conservi chi ti difende; cosa per intercessione di costui non ti darà Iddio? O Nobile…
Ancora rammento i brividi quando il Parroco don Rocco in vista della maturità classica mi diede come esercitazione la traduzione di questi versi. Trovare il Nobilis in maiuscolo, chiaramente riferito alla urbs laurinensis, ma… accomunata a san Sebastiano mi diede molto da pensare. “Iddio darà a te o Lauro qualcosa di Nobile, per intercessione di San Sebastiano”, pensavo tra me.  
Sì la profezia (se tale si può chiamare, absit iniuria!) si compì: Nobile nasceva a Lauro all’indomani di San Sebastiano, il 21 gennaio 1885, e sotto i suoi occhi veniva battezzato.
Ed egli avrebbe reso famoso il nome di Lauro per sempre.
Si può obiettare che la “profezia” non valga nulla, né che Nobile abbia qualcosa da dire al nostro paese, perchè è un ebolitano natovi semplicemente per caso.
E non nasciamo tutti per caso in un luogo piuttosto che in un altro?
Rinuncio a rincorrere i massimi sistemi. Sulla base della testimonianza di coloro che lo hanno conosciuto si può affermare che Nobile pur se nato per caso a Lauro (il padre vi svolgeva il lavoro “nomadico” di ufficiale del Registro) più e più volte ricorderà il paese natio, dalle arcane parole della zingara che lo scorse neonato mentre il Palazzo Lupo bruciava (“combatterà con il fuoco e con la neve”) fino agli ultimi anni di vita, in modo sempre più frequente.
Insomma: è un laurinense a tutti gli effetti, e va ricordato. Semplicemente perchè è grandioso.

Ma quale è lo scopo di queste narrazioni?
Un obiettivo semplicemente didattico, senza altra pretesa. Sono un professore e quante volte mi imbatto nella meraviglia degli studenti allorchè sentono parlare dei grandi che furono!
Ecco: questi racconti sono pensati per i ragazzi di Lauro, per quei tanti che forse solo superficialmente conoscono la figura del Generale.
Narrazioni: episodiche, frammentarie, senza data fissa, come senza data fissa erano i bollettini di novant’anni fa, quando le notizie giungevano dalla Norvegia, o dalla Baia del Re o chissà da dove.
E forse con questa frammentarietà parrà più avvincente ricostruire e rivivere quei giorni formidabili.
E così sono anche chiari i limiti di queste narrazioni.
Nulla è unitario e tutto è frammentario, perché scritto man mano, rubando qualche ora al sonno e facendo i conti con la stanchezza.
Ma questo – ripeto – è a mio parere il modo più originale per riscoprire Nobile: un po’ alla volta, senza pretese, se non quelle appassionate dell’ammirazione.
E così spesso capiterà di cambiare rotta, come già lui fece nei giorni dell’esplorazione: ora si visiterà un luogo, domani si conoscerà un personaggio… chissà!
L’importante è solo darsi da fare.
“Per non dormire” era il motto che il Generale - come già D’Annunzio – avrebbe voluto far mettere sulla cabina del Norge. Le cose si fanno solo se si ha passione e inquietudine.
La stessa passione e inquietudine che hanno i tanti ammiratori e valenti esperti di Nobile a Lauro. Davanti a loro sono un profano che ardisce con ignoranza: avranno comprensione perciò!
So solo che il Generale gradirebbe. Cesco Tomaselli rammentava come il nostro Nobile facesse salire sul dirigibile chiunque ne fosse incuriosito, guidando nelle spiegazioni, nella visita, porgendo Titina alle carezze di tutti.
Si: per parlare di Nobile bisogna essere come lui, chiari e appassionati. E io ci provo.
E allora andiamo. Non so dove.
Milano? Forse si. E in che anno? 1926 o 1928? Non lo so ancora. Se ne riparlerà prossimamente.

© Severino Santorelli

mercoledì 6 luglio 2016


Memento Ascanii. O la lotta ingenua di Bisaccia

(Ascanio Pignatelli era il figlio di Scipione, feudatario di Lauro. Nato nel 1550, morirà nel 1601)

De la mia calda età l' ardente voglia,
Che 'n giovenil desio già fervid' arse,
E fuor le fiamme vaneggiando sparse,
Tepido homai pensier canuto accoglia;
Ahi dal pianto non speri, e da la doglia
Gloria, né pregi hor de' su' errori ornarse,
Ma procuri pentita in sé ritrarse,
E vergognosa a gli occhi altrui si toglia;
Chiuda pietoso in parte ima, e profonda,
E fra i secreti suoi silentio amico
L' alto principio di mie colpe asconda;
I miei danni presenti, e 'l fallo antico
Oblio compensi, e la memoria immonda
Spenga doglioso il cor, se non pudico.

Si è fermato ormai Ascanio. Ha camminato e tutte, una ad una, ha attraversato le stanze del castello. I suoi occhi si sono posati sulla spada, sull’ampio mantello di San Giacomo. Le dita hanno sfiorato la corazza… Tutto un mondo passato gli si è presentato agli occhi.
Ancora altri passi: per un attimo ha scorto il suo volto sfuggente a ad uno specchio. E’ tornato indietro: timoroso nel pensiero, ma ancora dal passo fiero e deciso. Il soldato per un attimo si è riarmato del suo coraggio. No. Ascanio non scappa. Ascanio ha il coraggio di guardare il suo volto anziano, i suoi capelli ingrigiti, il suo volto rigato e solcato da echi di battaglie, di lutti, di pianti e fellonerie.
Il passo è adesso lento. Uno sguardo alle montagne, e poi la mano decisa mentre cerca la carta e lima la penna.

De la mia calda età l’ardente voglia…

Eccolo. Sa di essere un uomo maturo e tali sono i  suoi pensieri, canuti. Ma è un illuso. Egli si illude, quasi spera che il tempo che raffredda tutto, emozioni e ricordi, che tutto intiepidisce, possa accogliere il desiderio ardente che si impadronì di lui quand’era giovane, quel desiderio bruciante, fervido come il fuoco che dappertutto spande le sue fiamme.
Si illude che tutto sia calmo. Perché Ascanio ha amato, e chi ha molto amato è condannato ad amare ancora, ad amare il suo amare.
Combattente ardito, Ascanio non si arrende. Come spada si muove la sua penna: la libra contro i pensieri della gioventù che sono tornati a fargli guerra in questa mattinata.
“Ritraiti, torna indietro desiderio della mia gioventù” va dicendo. Nasconditi e arrossisci di vergogna davanti a tutti. Non sperare gloria né dal pianto né dal dolore. Non ambire a vantarti. Torna indietro.
L’amato Petrarca gli dà man forte: se costui si rendeva conto di essere stato una favola dappertutto, Ascanio quasi va cercando le parole di Orazio: Heu me, per urbem…
Per un attimo pare esserci riuscito. Perché tutto è silenzio adesso. Silenzio amico, l’unico capace di serrare nel profondo, tra i tanti segreti di una vita, chi fu causa della sua colpa.
Ascanio sta fermo. Guarda i fogli ingialliti e senza macchia. Gli parlano dell’oblio, l’unico capace di riscattare le colpe antiche e le colpe presenti.
Sembra quasi appagato. Il suo cuore però nasconde ancora brace sotto la cenere del tempo: se non è pudico, se non è capace di arrossire, almeno conosca il dolore, e con esso, e con i suoi pianti spenga la memoria immonda.

Si è rialzato Ascanio. Da vero soldato sa che la lotta non finisce mai. Sa che l’amore che una volta si impadronì di lui continuamente lo vince, domina e soggioga. E allora a nulla serve la penna librata come spada. No. Scorra ancora l’inchiostro per cantare di quell’amore giovane. Riaffiorino pure i ricordi, mentre dagli armadi cadono i fogli antichi.
C’è un canzoniere che attende di essere completato!

domenica 29 novembre 2015

Un ricordo di Antonietta Lombardi

Poco fa ho saputo che la signorina Etta Lombardi ci ha lasciati. Permettetemi di ricordare questa donna forte e sobria, educatrice di generazioni di studenti allo Scientifico di Marigliano. Lo faccio brevissimamente, con le immagini della lontana estate del ’90.
Allora fui rimandato in matematica. Il colpo di fortuna dello studente ginnasiale alle prime armi! In verità di matematica io non capivo nulla. Mi feci coraggio e andai dalla Signorina… Un sorriso appena accennato: “ci vediamo domani… libro, quaderno e penna”.
Da quel 30 giugno mai un giorno in cui non mi facesse ripetizione fino a settembre… fatti salvi i giorni suoi di vacanza ferragostani la Signorina mi seguì in quella calda estate.
Ebbene: avevo più terrore di andare lì che andare a scuola. Una volta – lo rammento con tenerezza – il quaderno volò in aria fin quasi a raggiungere il cancello del prof. Moschiano!
Venne settembre… e l’esame. Passato con 9! Il pomeriggio andai lì ancora a casa Lombardi. La Signorina mi chiese dove avessi sbagliato… Perché non avessi preso 10! E io… “Le rette trasversali…”. Altra sgridata.
E io: “Signorina, quanto le debbo per il disturbo?”. E lei: “E che sono ‘sti soldi? Studia, non ti preoccupare di nulla!”. Da allora fui uno dei più assidui studenti di matematica. Grazie. Grazie cara Professoressa!

domenica 29 dicembre 2013


I soldi “sacramentati”
E’ la vigilia di natale del 1955. Don Rocco ha 35 anni e dal 5 agosto è giunto a Lauro da Napoli. Proveniva dall’istituto di via Gianturco dove insegnava, e  probabilmente era  a bordo della Carrella, la stessa ditta che già un’ interrogazione parlamentare del 1948 auspicava effettuasse il servizio pieno nel nostro paese.
Sono mesi strani per don Rocco: deve conoscere una realtà diversa da quella pugliese. Non è più ad Andria  né a Napoli. E’ un paese particolare dal punto di vista religioso. Lauro per lunghi anni aveva visto l’elegante figura di don Alfredo Frezzaroli e poi la gioviale vivacità di Don Falcone.  Vivevano ancora il maestro Don Frazzitta di Ima e il parroco santo di Migliano, Don Ferrara. A Taurano dal 1914 o forse prima il roccioso Abate Borrasi si imponeva colla sua fermezza ascetica mentre don Matteo Sperandeo era già vescovo ormai da anni, tra Nola, Muro e poi Teano.
Calibri forti insomma, con cui don Rocco interagisce, col suo carattere ruvido e allo stesso tempo mite, e forse inconsapevolmente imbevendosi della loro “lauretanità” già in quegli anni.
Ma prima di questi nomi c’è un prete che don Rocco conosce subito, appena dopo l’Abate che insieme a don Olindo gli trasmette il “possesso canonico” di Lauro: è don Antonio Lupo.
Quando sia nato non lo so… “O pullastiell” – tale il suo soprannome  -  probabilmente era anziano e con un caratterino forte… Annotava don Rocco in una sua pagina come in quella prima domenica d’ottobre del 1955 don Antonio si era imposto per leggere la supplica di Pompei, e il parroco per non creare problemi aveva accondisceso in silenzio.
Immagino la scena: l’anziano prete che si fa spazio colle braccia, superando il parroco e affannato sale al pulpito a leggere la preghiera mentre don Rocco si rabbuia…
E si giunge alla vigilia di quel natale. Da qualche giorno don Antonio è ammalato. La situazione è ormai agli estremi. E – errore grave per un prete – non ha ancora sistemato gli affari materiali prima di partire. Don Rocco si anima di pazienza e, memore dei precetti propri dei preti, gli confida la reale situazione della sua salute.
Bisogna far presto: occorre pagare le medicine e soprattutto la domestica che accudisce don Antonio…
“I soldi donn’Antò…”… “Addò e tenit?”…
Ma don Antonio era tenace. Eh no… il gruzzoletto proprio non voleva lasciarlo…
Fatto sta che don Rocco la spunta… E viene a sapere dove stanno i soldi…
Faceva freddo quel 24 dicembre del 1955. Ma Don Rocco sale spedito le scale della Collegiata, e fruga dappertutto in quella chiesa che era ufficiata ormai dal solo don Antonio…
Nulla… Ma possibile che don Antonio ormai prossimo alla fine si fosse preso beffe di lui? Don Rocco si gira e rigira in quella gelida chiesa e nota che il tabernacolo della prima cappella, quella del sacro Cuore dall’edicola goticheggiante è chiuso ermeticamente e per di più senza chiave.
Un martello e via, giù di forza… Si… il gruzzolo di don Antonio era nascosto nel tabernacolo!
E’ l’ultimo ricordo di quella chiesa che ho saputo: presto il chierichetto di don Antonio, Ciro Bossone, salirà alla parrocchia a servire messa e la Maddalena chiuderà del tutto. Solo un altro prete e don Antonio dalla morte dell’ultimo canonico (avvenuta verso il 1895) avevano continuato a tenerla aperta.
Tutto finiva. Ma il tabernacolo rotto è ancora lì, senza porticina, da quel 24 dicembre 1955…





Lauro e Umberto Nobile: nuove luci dopo 135 anni…

Ed eccoci a festeggiare il 135° compleanno del generale Nobile ricordando quel 21 gennaio del 1885, il giorno dopo la festa di Lauro. Don ...