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giovedì 1 novembre 2018

Un monumento di Lauro: L'Arco o Porta di Fellino




La Porta di Fellino,  conosciuta anche come “Arco di Fellino” è una elegante e solida architettura del XVIII secolo con successivi interventi succedutisi nel  XIX e XX secolo.  Sia sulla fronte esterna che interna si presenta con un arco a sesto al di sopra del quale due iscrizioni in lingua latina, scritte nel 1988 da Antonio Corcione, riassumono le vicende storiche del documento. La costruzione continua poi con il piano superiore caratterizzato dalla presenza su entrambe le fronti del quadrante per le ore coronato da una semi lunetta al cui centro ricorre un emblema araldico. La parte sommitale reca infine il traliccio sorreggente le campane batti ore, una banderuola con la data 1928 e la croce.
L’epoca di costruzione della Porta è ignota. Casimiro Bonavita nella sua “Raccolta di notizie” del 1837 afferma che nel 1789 la Porta subì un primo intervento di abbellimento con la sovrapposizione, su di essa, di un “orologio alla italiana e ad ore”. I lavori di abbellimento continuarono agli inizi del XIX secolo con i finanziamenti del sacerdote Francesco Pandola, morto nel 1806 e membro di una delle famiglie più emergenti dell’allora Università di Fellino.
Testimonianze archivistiche informano della presenza nei pressi della Porta di una Taverna sulla cui facciata era murata una lapide che riportava la tariffa da pagarsi da chiunque introducesse in Lauro merci e bestiame. La lapide, datata 3 marzo 1743, emerse all’indomani dei restauri  successivi al sisma 1980 che interessarono la Porta e la sua area adiacente.
Bibliografia essenziale
Bonavita Casimiro, Borro : raccolta di varie notizie attinenti al Comune e all'intiero Circondario di Lauro, a cura di Anna Bonavita, Associazione culturale Pro Lauro, Lauro 2018 (Domicella : Centro Stampa Ferrara)
Moschiano Pasquale, Pietra per pietra : Lauro tra storia e monumenti, Pro Lauro, Lauro 2009.


domenica 2 giugno 2013


Ricordando il professore Corcione…
La parola… A volte è sussurrata e subito dopo è detta e ridetta, financo urlata… Per essa il sentimento prende voce, e l’amore o l’odio, e le passioni tutte giocano coll’alfabeto del dire … E quando tace spesso dà voce al linguaggio paludoso dell’ignavia. Quante parole, pensate e riflesse… o sprecate, perché si vuole parlare ad ogni costo e sempre.
Lui, l’optimus magister, amava indugiare sulle parole. Non improvvisava. Non parlava subito. Ma rifletteva. La sua era la fierezza dell’uomo di studio che nasce dalla fedeltà al senso delle parole. E questa sua fedeltà è stata per chi lo ha conosciuto vera scuola di vita che diceva della sua ascesi spirituale, di quella sobrietà e finezza che lo hanno reso maestro di vita.
Quante volte ha rimirato l’Arco di Fellino, e quei versi scritti dopo il terremoto insieme a don Rocco! Vi ripensava ancora qualche tempo fa, dopo anni e anni ormai… “Io ci penso tuttora la notte, lo sa?”…
Le notti del professore Corcione! Notti di un uomo di studio, di un uomo colto e perciò anche solitario esploratore di orizzonti non da tutti varcati… Chino sui testi egli ha reso vivida quella lucubratio che Forcellini (l’amato Forcellini!) aveva descritto… La lunga veglia, alla luce di una lampada, a cercare il senso di un testo, a renderlo vivo… fino a giungere a quel momento sublime dell’approbatio: “si, finalmente… si traduce così!”. Perché tradurre non è mai riportare un verbum ad verbum. Solo il poeta traduce, solo l’appassionato sa trasmettere le emozioni di un classico.
E solo chi è umile lo sa fare. Perché le sue ore che sono divenute giorni e mesi e anni di studio gli hanno sempre sussurrato di tenere i piedi saldi per terra. Non si considerava mai un uomo valente, superiore, elitario. Quante volte andava da don Rocco, a consigliarsi, con quell’Asino d’oro tra le mani! Quanta umanità!
Optime magister! Tu anche hai dato lustro a Lauro, educando tanti giovani, affascinando col tuo dire, nel modo unico e difficile della sobrietà e della discrezione. Ci hai insegnato un sentiero verso il mondo lontano ed eterno dei classici. E tu stesso sei divenuto così immagine viva di una Lauro nobile e bella, semplice ed elegante.
A volte eri pensoso, quasi simile all’antico Giuliano perché pochi amavano i classici, pochi gustavano la poesia, pochi vegliavano come un tempo. Ma la stima che oggi tutti ti rendiamo ti rinfrancherà certamente. Il tuo lavoro e la tua passione ci hanno resi più ricchi di umanità. Continueremo il compito che ancora ci hai assegnato. Essere uomini sobri e fedeli, e seri. Dei veri laurinensi.
E  grato e ammirato si alza il saluto, come un’antica consolatoria, ormai tutta nuova per tuo merito: Vale, et multum gaude. Dii vero tibi fausta concedant, redire domum amicam in patriam...



Lauro e Umberto Nobile: nuove luci dopo 135 anni…

Ed eccoci a festeggiare il 135° compleanno del generale Nobile ricordando quel 21 gennaio del 1885, il giorno dopo la festa di Lauro. Don ...