sabato 24 novembre 2018

Lauro e il Cristo re / La visione di Daniele

La Chiesa cattolica domani festeggia il Cristo re. Nelle chiese risuonerà la misteriosa visione del libro di Daniele. 
E’ un libro recente dell’antico testamento eppure complesso più degli antichi testi, scritto da più mani e comprendenti diverse vicende tutte legate da un unico tema: il popolo ebraico pur se disperso nel mondo non si arrende. Il santo resto è sì debole fisicamente ma è forte spiritualmente perché fedele ai comandi e alla tradizione di Dio. Il libro di Daniele ha il suo apice nella visione misteriosa di questo Figlio dell’uomo: uomo sì ma ormai elevato alle altezze indicibili della divinità:
"Guardando nelle visioni notturne,
ecco venire con le nubi del cielo
uno simile a un figlio d'uomo..
Gli furono dati potere, gloria e regno;
tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano:
il suo potere è un potere eterno,
che non finirà mai,
e il suo regno non sarà mai distrutto".
Siamo fortunati ad avere a Lauro una raffigurazione artistica che è anche una descrizione iconografica dell’antica visione apocalittica di Daniele.
Nella foto: Il Cristo in gloria attorniato dai membri della famiglia Lancellotti. Abside della cappella di San Filippo Neri al Castello in Lauro (AV), Scuola romana della seconda metà del XIX secolo (probabilmente 1881-1883).

venerdì 23 novembre 2018

Don Camillo e Peppone: echi del terremoto lauretano

Chi come me ha compiuto da poco i quarant’anni non ha nella memoria alcuna immagine della vecchia Lauro. Nessuno della mia generazione ha avuto la fortuna di scorgere gli intonaci secolari dei vicoli di Preturo o di Fellino; nessuno dei miei coetanei ha un ricordo o una immagine che aiuti a focalizzare l’aspetto della chiesa madre così come era ad esempio cinquant’anni fa. Alle nostre orecchie di bambini non sono risuonate le voci dei giovani che sedevano sulle gradinate del Carmine. Nessuno dei miei coetanei ha sentito il battere di mastro Peppe lì all’incudine quando si accingeva a ferrare i cavalli e nessuno dei “giovani” nati alla fine degli anni ’70 può ricordare il baretto di Michele lì a Fellino o tanti altri posti ogni tanto qui rievocati. Nessuna immagine, nessun rumore. Noi quarantenni abbiamo solo sentito parlare della vecchia Lauro. I nostri echi di infanzia sono stati soltanto i rumori dei cantieri, delle pietre che cadute ora venivano rialzate cambiando per sempre il volto di questo nostro paese. 
Il tremore squassante del 23 novembre 1980 ha segnato di colpo un taglio netto: taglio del tempo, dei paesaggi, delle emozioni. E perciò avidamente abbiamo cercato e cerchiamo ricordi, immagini, voci e testimoni.
Lo scritto che leggerete è la rielaborazione di diverse conversazioni avute con Don Rocco. Lo riconsegno a voi perché dietro queste righe si cela la voce del Parroco. E mentre lo rileggo un mondo di emozioni si affolla dinanzi alla mia mente. E spero anche dinanzi alla vostra.
Quel 23 novembre del 1980 cadeva di domenica. E come in tutto il sud anche a Lauro l’estate di san Martino sembrava non voler proprio andare via. No: non era una giornata novembrina. Sembrava primavera, dentro e fuori.
Sono le otto. Don Antonio Mazzocca si è svegliato di buon mattina; un nodo alla cravatta, un saluto rapido a Teresa e subito lascia il palazzo di Preturo in fretta e corre dal fratello, Don Ciccio il pasticciere. L’odore di paste avvolge i vestiti di Don Antonio lì nella pasticceria dallo stile così alpino, quasi da baita. Poche parole tra i due fratelli; solo un caffè preso rapidamente. E rapide le mani afferrano un vassoio di paste. Ciocchetto non fa in tempo a stargli dietro, carico com’è di buste con bevande e vermouth. Rapido Don Antonio arriva alla sede della Democrazia Cristiana locale. Oggi per lui è festa: viene inaugurata la sezione locale di Lauro. E la primavera novembrina di San Martino è di buon auspicio: per lui, per il partito, per gli iscritti.
Alle 11,30 ha inizio la messa. I ritardatari guadagnano rapidamente il sagrato. Messa di Cristo re; la predica non ha nulla di speciale. Come ogni anno si parla di un regno di pace e di amore portato dal Cristo.
Ore 12,30. L’odore di polpette pare arrivare fino in piazza. Segno che l’ora del pranzo è ormai vicina. Un saluto veloce in piazza e di corsa tutti a casa.
Ore 13,30. Si pranza. Soliti discorsi; uno però ricorrente: che farà il Napoli lì a Bologna? La mente è tutta protesa già alla sera. Questa domenica è ancora a metà giornata, eppure già si vorrebbe che finisse. Ma non passano le ore. Sono lente. No. Questa domenica non finirà mai. Mai più.
Ore 18,00. Francesca Venezia è una delle prime ad arrivare in chiesa. Va in sagrestia: prende il gonfalone del Sacro Cuore e lo addossa al pilastro prospiciente il vicolo del Carmine. Presto arriva anche suor Irma; al suo fianco c’è Antonietta Schiavone, la presidente delle Figlie di Maria. Antonietta ha tra le mani il gagliardetto delle Figlie di Maria; lo posa al fianco di quello del Sacro Cuore. Questa sera le associazioni religiose di Lauro iniziano il loro anno sociale.
Ore 18,15. “Nel nome del Padre, del Figlio…”. Ha inizio il rosario: le ave scorrono parlando di grazia scesa in terra, lodando una donna benedetta più delle altre donne. “Adesso e nell’ora della nostra morte”. Parole dette sempre distrattamente. La morte… così lontana… Chi vuoi che ci pensi ora?
Ore 18,30. Ancora un segno di croce. Ancora una messa. Come già di mattina, anche questa volta si parla di un regno di giustizia e di pace, quello di Cristo re.
Ore 19,00. “Obbedienti alla parola del Salvatore”. Ha fretta il Parroco di finire: c’è la partita tra poco. Il Napoli gioca… e… insomma, meglio non dilungarsi.
Ore 19.15. “La messa è finita, andate in pace”. Nemmeno cinque minuti e don Rocco ha già tolto i paramenti sacri.
D’improvviso però suor Irma si precipita in sagrestia: “Parroco, c’è il sorteggio, il sorteggio!”. Sì, vero… Si sorteggia una statua mariana, messa in palio già dalla patronale di agosto…”Faccia suora, ma in fretta”. Suor Irma però non conosce gli usi locali: non sa che si estrae prima ogni biglietto finchè non salta il nome di Maria Santissima… Solo quello successivo al nome di Maria è il vincitore… Suor Irma invece apre il primo biglietto estratto dalla bimba di turno e subito esclama: “Nunziata Nicola… Ha vinto Nicola Nunziata”…
Clamore delle ferventi donne, i cui nomi don Rocco non ha voluto mai rivelarmi, ma che forse potrei pure intuire… Clamori così forti che persino lui, il parroco, lui così sordo, riesce ad intendere. Esasperato dalla stanchezza e dal suo carattere fermo esce dalla sagrestia tutto trafelato. Ha so una grande voglia: mandare subito a casa quelle devote. E lo fa: “La suora ha ben fatto, forza, andate a casa!”.
Un rapido giro di ispezione in chiesa e dopo aver spento e sbarrato tutto, don Rocco si mette a bordo della sua 500. Intanto la chiave della parrocchiale è già tra le mani di Carminuccio Manna; ci penserà lui a portarla come di consueto nel Sale e Tabacchi dell’attuale vicolo Sperandeo.
La meta di don Rocco è una sola: il bar Mazzocca.
Sono le 19.30; Don Ciccio, vero e sapiente e ultimo artigiano del dolce ha appena fatto il caffè. Da patito del Napoli, lui, il maestro di tanti pasticceri, si rammarica del pareggio lì a Bologna.
E’ solo questione di attimi: un boato, le urla, lo sgomento di quel moto sussultorio. E il respiro impregnato della polvere dei calcinacci senza sapere dove, senza nemmeno rendersi conto. E’ il terremoto.
Don Ciccio non riesce a trattenere il parroco: Don Rocco corre veloce ed è subito a via Fontana. La stradina è già intasata dalle macerie: la cucina della Caserma dei Carabinieri è caduta giù e l’acqua delle condutture idriche impazzisce da tutte le parti. Dal vicolo del Carmine il Parroco giunge finalmente a Piazza Municipio. Ancora nulla è distinguibile: polvere da sedimentarsi, anzi, polvere che sale ancora, dal basso verso l’alto. Alza gli occhi. E vede. E’ crollato il timpano della chiesa. Un ciclope, così lo ricorderà a distanza d’anni il parroco, un ciclope che non ha occhio ma solo ormai voragine.
Lo sgomento, la paura, la fuga: questa è stata Lauro in quei momenti. Nunzio Mastroieni si avvicina al parroco: lo prende sotto il braccio e lo accompagna in canonica, a controllare se non sia crollato tutto. No: la canonica è in piedi, tanto che le sue stanze potranno ospitare anche Michele Colacurcio, il falegname di Preturo, capo di una cooperativa di artigiani, con la moglie.
Solo all’alba del giorno successivo si capisce cosa sia successo: la piazza è seriamente danneggiata e le scale della chiesa sono ormai un ricordo. La pesante croce di ferro e il timpano cadendo hanno lesionato tutto; il macellaio Eduardo Santaniello vede da lontano la sua auto sotto il cumulo delle macerie… Altre due o tre auto sono ugualmente da portare allo scasso… Ma per il resto se non fosse per i calcinacci, Lauro ha resistito bene.
Ovviamente i danni ci sono stati e l’Ufficio Tecnico del Comune individua circa 170 nuclei familiari da tutelare. Si organizza così una mensa presso il ristorante Santaniello, poi portata al San Filippo; al campo atterrano tramite un elicottero viveri di ogni genere; alcuni residenti hanno dei prefabbricati; altri alloggiano a Fontenovella negli attuali uffici dell’Agrivesuvio. E ciò fino al 1982, anno in cui il Parco della Maddalena (così detto in ricordo della prima Collegiata di Santa Maddalena di Lauro esistente in zona) entrerà a pieno regime.
E ora, prima di continuare con la cronaca, è necessaria una premessa. Di quei giorni del terremoto si è detto tanto, forse troppo – e lo ammetteva anche lo stesso Don Rocco. Sono vicende ormai lontanissime e tuttavia vive e ancora affascinanti. E’ in quei giorni che si creò il mito (ma forse a ragione) di un Don Camillo e Peppone lauretani. Amicizia e contese portate fino all’esasperazione da teste pensanti e di tutto rispetto. Lo dico perché i quindicenni di oggi sappiano che gente c’era in paese: di altissima levatura.
Era sindaco a Lauro l’avvocato Ottavio Colucci, uomo dalla scrittura fine e appassionato del suo paese. L’avvocato allora era nel pieno della maturità umana: gran fumatore, tipo che parlava poco (così me lo descriveva il Parroco), era succeduto all’avvocato Sebastiano Setaro, il sindaco morto prima di terminare il suo mandato. (Setaro… da ricordare questo nome!).
E’ ovvio che in quella situazione il sindaco Colucci e l’Ufficio Tecnico si mobilitarono e girarono in lungo e in largo il paese: per rendersi conto degli sfollati, per organizzare gli eventuali soccorsi, per interloquire colle autorità superiori.
Ed è ovvio che il problema principale era la zona centrale di Lauro: la piazza colla chiesa e via Fontana.
Il 27 novembre è emessa una relazione tecnica sulla situazione della chiesa; la decisione è di isolare tutta l’insula parrocchiale mettendo in sicurezza le criticità. E lo si fa, con una rapidità che oggi fa arrossire le lungaggini a cui si assiste spesso.
Il 29 novembre, a sera, arriva da Reggio Emilia una ruspa di dimensioni grandissime, della Ditta Fontanili… E il 30 inizia il lavoro sulla chiesa. Il problema è che non vengono abbattute le sole parti pericolanti, perché la ruspa inizia ad aggredire la prima delle 20 campate possenti della chiesa.
Si pensava di fare presto, ma la prima campata è resistente: solo il 2 dicembre crolla, rovinando sul tamburo e sulle prime cappelle prospicienti l’ingresso.
Poco dopo crolla anche la seconda capriata. E’ un battere continuo dei martelli (perché ora le ruspe sono due, sempre provenienti da Reggio), e a ogni battere man mano salgono polvere e sgomento …
E lo sgomento aumenta ancor di più perché arrivano dei cavi di acciaio (valore dichiarato di 3 milioni) per imbragare le varie parti del tetto e chissà, farlo venire giù… Ma le ruspe non posso andare oltre. La chiesa è troppo vasta… E allora? Le ruspe percorrono il Vicolo del Carmine… Ma niente, troppo stretto.
E’ allora che Don Rocco ha l’impressione che… che la chiesa venga abbattuta del tutto! E un nome rimbomba alle sue orecchie… Setaro, Setaro… Il vecchio sindaco!
Già! Setaro e il suo progetto: una piazza monumentale per Lauro, con porticati e negozi e palazzi laterali come al nord! Unico impaccio: la chiesa. Però la si può abbattere, portando la cura pastorale alla Collegiata.
Don Rocco rimugina… “Colucci sta pensando al progetto di Setaro?”.
Non so dire se sia stato il reale pensiero di questi due Sindaci. Racconto solo quanto mi riferiva il parroco, sospendendo io stesso il giudizio (chi sono io davanti a questi nomi che venero?).
I cavi non vennero usati: significava creare una situazione ben peggiore del terremoto. Si fece strada allora l'ipotesi - che non ho mai voluto verificare - di far operare le ruspe abbattendo il palazzetto di San Filippo (dov'è ora la sala parrocchiale).
E' ora di agire. Don Rocco lo sa.
Sono le 9,00 del 3 dicembre. All'improvviso suonano le campane. A martello. Chi le ha sentite (a Lauro l'ultima volta suonarono nel giugno del 2000) sa come suonino. Un martellio intenso, che ti incita a correre, ti dà forza e entusiasmo, ti sprona prendendoti tutto! Se poi le ascolti con una sinfonia di Padre Davide da Bergamo, ebbene, sì forse sei a Lauro, a rivivere quel 3 dicembre 1980.
Corrono le donne della Parrocchia: corre Lucia Rega, corre Francesca Venezia, corre Mafalda e dietro loro tante altre. Sono snelle: non hanno cuscini per simulare le gravidanze come altre donne di altri posti avevano fatto altrove nel ’64. E con loro accorrono i bambini.
E giungono le famiglie dell'insula della chiesa, quelle di via Fontana, quelle del Chiazzullo e del vicoletto: Armando Manzi, e Antonietta Ferraro. E il barista Giacomino Moschiano. E la moglie di Benito Vona colle figlie.
Stanno lì in piazza. Avanzano verso le ruspe mentre la tensione sale. Si guardano e si affrontano.
Le ruspe indietreggiano. Salgono a via Remondini, al palazzo Manara. Qui a sfidarle trovano Rega Giosuè e Renzullo Elisa. Scendono Fellino, ad abbattere la casa a fianco dell'Arco di Fellino... Ma lì sul piede di guerra c'è il prof. Corcione!
Ovviamente il commissario, il dott. Leopoldo D'Andrea vigila su tutto. E un fonogramma non è solo inviato alla Questura e al Prefetto ma anche alla Sovrintendenza dei Beni Culturali.
Il 4 dicembre le campane non suonano. In piazza c'è una processione di esercenti che fanno la spola tra Comune e Parrocchia. Tutto è transennato... ma gli affari? Gli affari vanno avanti, altrimenti come si vive?
Ci sono i barbieri, e c'è il macellaio; c'è il barista e ci sono i salumieri. E non va dimenticata la lavanderia! Biagio Ferraro e Ciro Sola sono i barbieri; Attilio Castaldo è il salumiere, col papà che è mast' Peppe, calzolaio a Piazza Nobile...
Nello studio di Colucci, Sindaco e Parroco cercano di capirsi, di "annusarsi"... Forse non tutto sarà andato per il verso giusto se il 5 dicembre don Rocco è a Napoli.
E’ corso nello studio di Corrado Ursi, cardinale di Santa Romana Chiesa e arcivescovo di Napoli, custode di San Gennaro e metropolita, e chi più ne ha più ne metta... Occorre parlare con Paolo Martusciello, provveditore alle Opere pubbliche... E il cardinale dà un biglietto di presentazione al Parroco che già si sta alzando dalla sedia di fronte al porporato... quando... quando Giacinto Mazzocca (te li giochi i telefonini di oggi!) chiama direttamente allo studio del cardinale. "Parroco, tornate a Lauro, c'è la Soprintendenza!".
Si, è arrivata la Soprintendenza. E sarà lei a decidere ormai il da farsi, tutelando i restauri che verranno poi effettuati dalla Ditta Tortora di Casamarciano, concludendosi il 30 agosto del 1992.
Finisce così nel giro di pochi giorni una delle famose “lotte” lauretane.
E io non trovo le parole adatte a concludere. Perché al pensiero di quei giorni, di pianti, di ruspe, di campane a martello, beh… il cuore si intenerisce, e l’emozione si ridesta, pensando a una Lauro orami finita quel 23 novembre 1980, trentotto anni fa.

lunedì 12 novembre 2018

Il senso del limite se ne va...


Con un linguaggio semplice agli alunni spiego spesso quanto qui scrivo in maniera più elaborata: per l’uomo animato dalla virtù di religione esistono due ambiti, il sacro e il profano. Il sacro è manifestazione del santo, pienezza di vita ed esistenza, mentre il profano è normalità amorfa. Santo è il tempo, santi sono alcuni luoghi. E’ un principio base dell’antropologia e dell’etnografia religiose: è la consapevolezza che esiste un qualcosa di diverso, uno strumento per andare verso chi è Totalmente Altro.
Costui è Dio: il qadosh, il santo. Santo: santo significa il “diverso”, il “separato”. Santo indica distanza: “togliti i sandali, perché il luogo che tu calpesti è luogo santo”: luogo diverso, luogo teoforico, portatore di Dio.
Se viene meno la consapevolezza della alterità di Dio viene meno tutto: Dio non è più il Padre creatore, il venturo che sintetizzerà nel giudizio misericordioso e santo la storia dell’uomo. Se viene meno la consapevolezza della diversità di Dio, egli sarà umanizzato e cadrà il bisogno dell’uomo nei confronti di Dio.
Nel cristianesimo Gesù, pur libero rispetto alle tante prescrizioni farisaiche, è stato tuttavia integerrimo nei confronti della diversità del tempio. Armatosi di funicelle mandò all’aria i banchi dei cambi delle monete, e le sue parole echeggiano ancora forti: “per mano vostra la casa di mio Padre è divenuta caverna di ladri”. Non ho nessun commento da fare costatando a cosa sono state ridotte diverse chiese napoletane, e non aggiungo nemmeno tutte le foto che ho viste, perché davvero sono confuso .
Solo accorata risento la parola, o meglio preghiera del Signore: “Quando il Figlio dell’uomo tornerà troverà ancora fede sulla terra?”. 


giovedì 1 novembre 2018

Un monumento di Lauro: L'Arco o Porta di Fellino




La Porta di Fellino,  conosciuta anche come “Arco di Fellino” è una elegante e solida architettura del XVIII secolo con successivi interventi succedutisi nel  XIX e XX secolo.  Sia sulla fronte esterna che interna si presenta con un arco a sesto al di sopra del quale due iscrizioni in lingua latina, scritte nel 1988 da Antonio Corcione, riassumono le vicende storiche del documento. La costruzione continua poi con il piano superiore caratterizzato dalla presenza su entrambe le fronti del quadrante per le ore coronato da una semi lunetta al cui centro ricorre un emblema araldico. La parte sommitale reca infine il traliccio sorreggente le campane batti ore, una banderuola con la data 1928 e la croce.
L’epoca di costruzione della Porta è ignota. Casimiro Bonavita nella sua “Raccolta di notizie” del 1837 afferma che nel 1789 la Porta subì un primo intervento di abbellimento con la sovrapposizione, su di essa, di un “orologio alla italiana e ad ore”. I lavori di abbellimento continuarono agli inizi del XIX secolo con i finanziamenti del sacerdote Francesco Pandola, morto nel 1806 e membro di una delle famiglie più emergenti dell’allora Università di Fellino.
Testimonianze archivistiche informano della presenza nei pressi della Porta di una Taverna sulla cui facciata era murata una lapide che riportava la tariffa da pagarsi da chiunque introducesse in Lauro merci e bestiame. La lapide, datata 3 marzo 1743, emerse all’indomani dei restauri  successivi al sisma 1980 che interessarono la Porta e la sua area adiacente.
Bibliografia essenziale
Bonavita Casimiro, Borro : raccolta di varie notizie attinenti al Comune e all'intiero Circondario di Lauro, a cura di Anna Bonavita, Associazione culturale Pro Lauro, Lauro 2018 (Domicella : Centro Stampa Ferrara)
Moschiano Pasquale, Pietra per pietra : Lauro tra storia e monumenti, Pro Lauro, Lauro 2009.


martedì 10 luglio 2018


L’antica cattedra dantesca di Lauro

E anche quest’anno, come ogni estate, rileggo la Divina Commedia. Fu a Lauro, in un’ estate della prima metà degli anni ’90 che mi innamorai del Poema immortale. Anzi, a essere preciso, fu a Fontenovella.
Ormai sono pochi a sapere quanto allora avveniva a Fontenovella, e perciò, dopo ormai un quarto di secolo, è giusto rievocare i fatti.
Non meravigliatevi: a Fontenovella c’era una “Casa di Dante”, uno di quei luoghi di studio del poema che dall’800 erano nati in varie parti d’Italia.
La “Casa di Dante” era il bar di Saverio Pesapane, alias Ceccheniello.
Era una sala senza pretese: tre tavoli per lo scopone, vetri incrostati di escrementi di mosche e pareti grigie per il fumo ormai impregnatosi fin dentro la malta del muro da poter gareggiare con uno dei posti senza storia dell’esilio di Carlo Levi.
Solo nel giugno del ’90 Ceccheniello si decise a restaurare il locale, e in omaggio ai mondiali italiani, fece mettere a fianco della presuntuosa insegna di “Bar Nazionale” il logo dei giochi calcistici.
Non solo: in un angolo comparvero persino due videogiochi, che presto divennero il richiamo per noi ragazzini. E fu così che oltre a spendere tante duecento lire, ci accostammo con curiosità e anche timidezza davanti a quegli adulti che erano di casa lì.
Ed è allora che sentimmo i borbottii dello Spagnuolo, sempre con il suo sigaro: una fumata, uno sputo – a terra ovviamente – e un suono indefinito della voce.
E a vedere il volto rassegnato di mio zio Richino , alias Enrico Aschettino, che aveva perso l’ennesima partita e che per non dirlo alla moglie Concetta (che minimo l’avrebbe mandato a letto senza cena!), comprava delle caramelle per addolcirla.
E in un angolo c’era lui, il protagonista di questa storia, Carlo Ferraro con al fianco  il cognato, Francesco Rega, alias Ciccio e Casola. Due caratteri diversi se non opposti: Ciccio era abile parlatore, pronto alla battuta e all’esagerazione, capace di trainare l’attenzione di tutti con risate e fatti da narrare.
Carlo Ferraro era diverso. Ma intanto: pochi lo conoscevano con il nome e il cognome reale. Per tutti era semplicemente mast’Carluccio, capo di una piccola impresa di costruzioni.
O mast’ era di poche parole: sobrio, sempre gentile, amava ascoltare divertito gli alterchi dei giocatori ma interveniva poche volte. Si sarebbe detto quasi di un tipo distratto, se non pensieroso, dallo sguardo a volte fisso, a volte smarrito chissà dove.
Unico gesto proverbiale era la mano che a un certo punto, raggiunto il taschino della camicia, tirava fuori il pacchetto di Ms. Allora si che Carluccio si muoveva: ampie volute col fumo che si intaccava alle pareti, ai bicchieri, ai vestiti.
Fu un giorno d’estate di quegli anni ’90 che scoprii chi era realmente mast’Carluccio.
Stavo aspettando che uno si sbrigasse a cedermi il posto al videogiochi (Clemente? Nellino? Boh… ma questi eravamo…) che Carluccio mi chiese: “Ma mo’ che classe fai?”. Quando gli dissi che avrei iniziato il terzo anno del Liceo, Carlo aspirò ancor più generosamente la sua sigaretta e un sorriso rianimò il volto affusolato… “Allora studierai Padre Dante”, aggiunse emanando fumo e sorriso.
Rimasi sorpreso dall’epiteto dato al Poeta: a chiamarlo così’ era stata una certa generazione di commentatori che aveva intravisto nel fiorentino – insieme a san Tommaso  -  il massimo esegeta della teologia .
Il tempo per riflettere fu poco perché già Carluccio aveva iniziato: “Nel mezzo del cammin di nostra vita…”. E tutti eravamo rimasti fermi, quasi attoniti ad ascoltarlo. Declamava e sorrideva, sorrideva e declamava.
Spagnuolo smise di borbottare e sputare e lo guardò – dai suoi occhiali così spessi -  dritto negli occhi. Richino aveva capito…. Proprio nulla aveva capito! E allora Carluccio si girò verso mio zio e gli disse: “Richì! Stamm a sèntere… Dante s’aveva pers mmiezz a nu vuosc e nun sapev comm’ascì…”. E Richino iniziò a chiedere spiegazioni, e mast’Carluccio a darne a josa.
Era la prima Lectura Dantis a cui assistevo e a Lauro per di più!
E così ogni giorno Carluccio declamava una terzina o indugiava su un personaggio o su un episodio del suo Poeta, coinvolgendo tutti: giovani, vecchi, improvvisi avventori e fruttivendoli di passaggio.
Da dove questa passione per Dante?
Dalla sua insonnia, che egli placava non con il televisore ma stando chino sui libri della Commedia che la figlia Maria – ormai trasferitasi ad Alba – aveva lasciati nel palazzo ottocentesco di famiglia.
Stasera mi è ricomparso nei ricordi, leggendo il canto di Ulisse… Era il suo personaggio preferito, ed era la terzina che chiudeva ogni sua Lectura: “Considerate la vostra semenza, fatti non foste a viver come bruti”.
E lo rivedo così, amabile e caro Carluccio, nel bar ormai chiuso, mentre sollevava la mente e la fantasia di noi tutti in quelle torride estati.
Non ho mai rivissuto più l’emozione di una Lectura dantesca a Lauro. Perché ciascuno di noi ormai sta fermo, “proseguendo la solinga via, tra le schegge e tra i rocchi dello scoglio”. E perciò “mi ridoglio, quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi”. Sì, vidi una Lauro che a raccontarla ora sembra mitica. Invece era realtà. Anzi. Era poesia divenuta realtà.

martedì 27 marzo 2018

Una Pasqua nella terra di Lauro 2. Il giovedì santo di Moschiano

Di Gennaro Martorano si conosce solo questa tela, dipinta per la San Bartolomeo di Moschiano nel 1845.
Era uno dei tanti pittori napoletani formatisi a bottega, forse con qualche studio alle spalle e che girovagando per chiese andava lasciando opere devozionali, man mano che si presentavano le varie committenze.
Pittore dal “manierismo” decisamente mediocre ma che oggi mi confida il mistero di questo giovedì santo.
Martorano rivive il suo giovedì santo come un’azione teatrale: un palcoscenico aperto davanti a me spettatore, dove nulla è nascosto o lasciato immaginare come nel lambiccato teatro moderno.
Gli asciugamani stanno ancora adagiati sulla mensa. E il bacile e la brocca si stagliano centrali, come centrale è la figura di Gesù. Perchè nel giovedì santo solo l’amore è centrale. Un amore che sa di passione.
E attorno stanno gli attori: ogni apostolo sta qui con il suo attributo iconografico. Simbolo di un carattere che da azione costante è ormai divenuto come l’habitus degli scolastici.
E c’è Pietro. Eccolo. Finalmente sta chino davanti al Signore. Finalmente non protesta più per i piedi appena bagnati.
Ha compreso che la sua vita dipende da quel frammento di pane che Gesù gli va porgendo… Tantum sub fragmento, quantum toto… In un frammento è l’intera vita eterna… E gli occhi non possono se non socchiudersi, e le braccia altro non sanno fare che aprirsi. Ave, ave verum corpus…
Le chiavi del regno sono a terra: non servono ora, perché qui e proprio ora, in questo giovedì santo, il Regno dei cieli è già aperto: a tutti spalancato, a tutti mostrato.
Come già l’antica parabola aveva prefigurato: “Il regno dei cieli è simile a un signore che fece un banchetto…”.
Tutto ormai è chiaro. Tutto adesso è visibile. Come l’ostensorio, alto, retto e attorniato dalla purezza spirituale: “in figuris praesignatur… latent rex eximiae“.
Ciò che prima era stato appena intravisto, adesso è chiaro nella sua sublimità.
E mi attardo a vedere Giuda. Anche questa tela non sa dirmi se Giuda abbia partecipato o meno all’eucaristia.
Tra le mani ha solo stretta la borsa dei soldi, colma di quelle monete del tradimento.
Pessimo mercante, che nel giorno della salvezza universale non sa alzare le braccia, non sa incantarsi, non sa arrendersi.
Presto si allontanerà, e a ogni passo le monete tintinneranno.
Come me, come chi sente il carico delle passioni, dal rumore persistente. Assordante.
Che oggi o amato Signore non ti dia il falso omaggio di Giuda. Che oggi come Pietro sappia arrendermi per ricevere finalmente un frammento di vita eterna.

lunedì 26 marzo 2018

Una Pasqua nella terra di Lauro 1. Il cenacolo di fra Mario

Fra Mario Arena era un terziario “a tempo”. Aveva mogli e figli quando un giorno giunse una disgrazia. La nascose a lungo nel segreto del cuore, ma la disperazione era tanta. Finchè essa trovò sfogo nella devozione a san Francesco. “Desiderium vovendi ad Deum”, come aveva già detto Tommaso. 
E cercando pace si nascose tra le mura di San Giovanni. Un anno in cui ansie e passioni si assopirono. Perché guardava Cristo. Contemplandolo e cercandolo.
“Cerco il tuo volto Signore”… “Farò di più: lo scolpirò”.
E fra Mario iniziò: la stampa del cenacolo davanti agli occhi, l’abilità che usciva dalle mani, la devozione che inondava l’animo.
E così ci donò il cenacolo. Il cenacolo che sono corso a vedere, e che mi interroga, e che mi emoziona.
Non nei personaggi, ma nella tenacia che fra Mario ebbe nel soffermarsi sui dettagli. La tavola imbandita, la tovaglia ricamata, i piatti adagiati.
E i tendaggi, solcati uno ad uno da fregi, e la porta con lo stipite chissà quante volte limata.
Cadono i frammenti di legno a terra mentre fra Mario incide, lima, lucida. E cadono le sue ardenti passioni, le tragedie che portava in sé.
Apparecchia il cenacolo a Cristo e apparecchia il suo cenacolo, il luogo santo nascosto del cuore, dove lui e Dio andavano parlando.
Scende il vespro. La campana di San Giovanni già suona, salutando un giorno santo e decisivo. E il cenacolo di fra Mario è pronto.
Quanto però il mio non lo sia, tu lo sai o mio Signore. Donami la passione di fra Mario, perché apparecchiando il cenacolo del mio cuore, possa entrare nel tuo santo luogo, per sedermi alla tua mistica cena.

Lauro e Umberto Nobile: nuove luci dopo 135 anni…

Ed eccoci a festeggiare il 135° compleanno del generale Nobile ricordando quel 21 gennaio del 1885, il giorno dopo la festa di Lauro. Don ...