lunedì 16 dicembre 2013


Una novena di Natale

Negli anni ’90 in quelle pagine suadenti ma decisamente tormentate di “Credere di credere”  Gianni Vattimo  dichiarava di girare molte chiese di Torino proprio il 16 dicembre, per riascoltare le note della Novena di Natale, senza purtroppo riuscirci.
Anche io oggi, complice un blocco pomeridiano della metropolitana, ho deciso di fare un giro delle Basiliche romane nel tentativo di ascoltare quel motivo antico e caro. Nulla da fare. La Novena di Natale è scomparsa del tutto, almeno sembra.
Tornato poco fa ho riaperto il Cantorino degli anni di Convitto. E una folla di ricordi si è accalcata.
E’ sera: la cappella è nella penombra. Le luci sono soffuse, quasi “silenziate”. Ardono solo i ceri, mossi da un soffio clandestino di vento intrufolatosi dagli alti finestroni. E le fiammelle si muovono gioiose, e quasi pare che con esse si muovano le ali maestose degli angeli capialtare,  di quelli che misteriosamente diresti scappati dallo scalpello del Bernini e lì volati, in quel casermone nolano.
Al di sotto dell’altare la corona d’avvento è già mezza appassita. Tra qualche giorno sarà tolta di mezzo e lascerà spazio alla mangiatoia: una pietra settecentesca scardinata e salvata da uno dei tanti monasteri benedettini che i Savoia avevano soppresso.
Dall’alto della cantoria l’improvvisato organaro fa un miscuglio intollerabile di musiche: Albinoni si alterna a Bach, e quest’ultimo sembra rincorrere Frescobaldi. Ma come sono care ora quelle melodie…
La campana è suonata. In piedi esce il Padre Terrore, come qualcuno lo chiamava. Ha il piviale delle grandi occasioni. Al centro del presbiterio il leggio: Acolitus canit.
“Regem venturum Dominum…”.  Con gli anni quell’inizio della Novena diventava nostro: ci si cominciava a guardare negli occhi, con l’emozione e la consapevolezza che ormai era Natale…
Dal 16 al 20 durava la novena: prima uno, poi due, poi tre, infine quattro cantori, a sottolineare il crescendo della festa e il suo solenne arrivo.
Il polisalmo e il capitolo, l’Inno e le antifone O, quelle di cui mai ci si stancava di leggere la storia dal Martene che per l’occasione era preso dalla biblioteca e portato al piano nobile per essere sfogliato in quelle stesse  stanze che già furono del fondatore del Convitto  nonchè proprietario del libro.
E come voleva la prassi napoletana – ma ormai universale – codificata già dalla Praxis secentesca del Pescara Castaldo, si chiudeva colla benedizione del “Venerabile”.
Terminava così questa novena che altro non era se non un ufficio, un parvum ideato proprio nella Torino che sarà di Vattimo, da un Padre della Missione. Uno dei tanti Parvum: come quello fortunato dell’Immacolata, ascrivibile forse al Rodriguez (ma altri aggiungerebbero nomi diversi) o di ogni santo che si rispetti.
Solo che questa Novena, ed ecco la differenza, è l’ufficiatura che più ha resistito: dal 18 secolo fino agli anni ’70. Entrata prepotentemente nei convitti e nei seminari dia lì è dilagata nelle parrocchie e in ogni casa religiosa, per poi scomparire quasi del tutto.
Non conosco le ragioni, né le voglio sapere. So solo che con essa è scomparsa per me un’aria di festa e un mezzo bello e prezioso per attendere il Natale. Perché almeno qualcuno dei miei amici lo attendeva nella preghiera, e il Rorate che chiudeva la “funzione” esprimeva meglio di ogni parola qui scritta quelle sere invernali che oggi so definire veramente belle. Perché era la Novena di Natale.


sabato 23 novembre 2013

Il Terremoto a Lauro


Che giornata intensa il 23 novembre del 1980 a Lauro! Come in tutto il sud l’estate di san Martino sembrava non voler andare via. Altro che novembre! Pareva primavera! Sarà per questo che quella mattina la Democrazia Cristiana di Lauro aveva deciso di inaugurare la sua sede locale?
Ma era pure domenica, e per di più festa di Cristo Re. E per consuetudine a Lauro iniziava l’anno pastorale: tutte le associazioni sono in chiesa a iniziare un nuovo periodo di attività, fino al Corpus Domini del giugno prossimo…
La messa perciò è anticipata alle 18.30 e alle 19,15 tutto è già finito. Il Parroco ha fretta… C’è una partita a Bologna… Che farà il Napoli? Ma mentre si dirige in sacrestia a togliere i paramenti Suor Irma delle Figlie della Carità si precipita a dire… “C’è il sorteggio, il sorteggio!”. Si sorteggia una statua mariana, i cui biglietti si vendevano già dalla patronale di agosto…”Faccia suora, ma in fretta”. Ma suor Irma non conosce gli usi locali: non sa che si estrae ogni biglietto e solo quello successivo al nome di Maria Santissima è il vincitore… Ed ecco che incautamente apre il primo biglietto estratto dalla bimba di turno e dice il nome… “Nunziata Nicola… Ha vinto Nicola Nunziata”… Clamore delle ferventi donne, i cui nomi don Rocco non ha voluto mai rivelarmi, ma che forse potrei pure intuire… Clamori così forti che persino il parroco, sordo e di quelli forti, riesce ad intendere. Esasperato dalla stanchezza e dal suo carattere fermo mandò via tutte, dicendo “La suora ha ben fatto, a casa!”.
Ispezionata la chiesa, spento e chiuso tutto don Rocco si mette a bordo della sua 500 mentre dà la chiave della parrocchiale a Carminuccio Manna perché la depositi come di consueto nel Sale e Tabacchi dell’attuale vicolo Sperandeo.  La sua meta è una sola: il bar Mazzocca. Sono le 19.30: Don Ciccio, vero e sapiente e ultimo artigiano del dolce gli ha appena offerto il caffè. Da patito del Napoli, lui, il maestro di tanti pasticceri, si rammarica del pareggio lì a Bologna.
Fu questione di attimi: un boato, le urla, lo sgomento di quel moto sussultorio. E il respiro impregnato della polvere dei calcinacci senza sapere dove, senza nemmeno rendersi conto. E’ il terremoto.
Don Ciccio non riesce a trattenere il parroco: è veloce ed è già a via Fontana. La stradina è già intasata dalle macerie: la cucina della Caserma dei Carabinieri è caduta giù e l’acqua delle condutture idriche impazzisce da tutte le parti. Dal vicolo del Carmine arriva finalmente a Piazza Municipio. Ancora nulla è distinguibile: polvere da sedimentarsi, anzi, polvere che sale ancora, dal basso verso l’alto. E’ crollato il timpano della chiesa. Un ciclope ricorderà a distanza d’anni il parroco, dove non c’è occhio ma voragine ormai.
In quegli istanti ciascuno può immaginare cosa sia successo: lo sgomento, la fuga precipitosa lungo le strade, e poi la paura, il pensiero della notte incombente, dell’andare in campagna o in collina e non rientrare affatto in casa…
Non racconterò gli altri episodi di quella sera, che riguardano il solo Parroco. Accenno solo che lui decide di dormire in canonica, e che perciò ne fa un giro di ricognizione accompagnato da Nunzio Mastroieni. Qualche giorno dopo in canonica dormirà anche Michele Colacurcio colla moglie, il falegname di Preturo, capo di una cooperativa di artigiani di quel quartiere e che a causa del terremotò si trasferirà poi a Fontenovella.
Solo all’alba si capisce cosa sia successo: la piazza è seriamente danneggiata e le scale della chiesa sono ormai un ricordo. La pesante croce di ferro e il timpano cadendo hanno lesionato tutto; il macellaio Eduardo Santaniello vede da lontano la sua auto sotto il cumulo delle macerie…  Altre due o tre auto sono ugualmente da portare allo scasso…  Ma per il resto se non fosse per i calcinacci, Lauro ha resistito bene.
Ovviamente i danni ci sono stati e l’Ufficio Tecnico del Comune individua circa 170 nuclei familiari da tutelare. Si organizza così una mensa presso il ristorante Santaniello, poi portata al San Filippo; al campo atterrano tramite un elicottero viveri di ogni genere; alcuni hanno dei prefabbricati; altri alloggiano a Fontenovella negli attuali uffici dell’Agrivesuvio.  E ciò fino al 1982, anno in cui il Parco della Maddalena (così detto in ricordo della prima Collegiata di Santa Maddalena di Lauro esistente in zona) entra a pieno regime.
E qui cari amici, occorre lasciare un attimo la cronaca e fare il punto della situazione. Di quei giorni si è detto tanto, forse troppo – e lo ammetteva anche lo stesso Don Rocco. Sono vicende ormai lontanissime e tuttavia vive e ancora affascinanti. E’ in quei giorni che si creò il mito (ma forse a ragione) di un Don Camillo e Peppone lauretani. Amicizia e contese portate fino all’esasperazione da teste pensanti e di tutto rispetto. Lo dico perché i quindicenni di oggi sappiano che gente c’era in paese: di altissima levatura.
Era sindaco a Lauro l’avvocato Ottavio Colucci. Uomo dalla scrittura fine e appassionato del suo paese. I suoi “Scritti brevi” si leggono con un sollievo e un arricchimento intellettuale che ti porta a dire: Che bel paese che è Lauro!
L’avvocato allora era nel pieno della maturità umana: gran fumatore, tipo che parlava poco (così me lo descriveva il Parroco) era succeduto all’avvocato Sebastiano Setaro, il sindaco morto prima di terminare il suo mandato. Setaro… da ricordare questo nome!
E’ ovvio che in quella situazione il sindaco Colucci e l’Ufficio Tecnico si mobilitassero e girassero in lungo e in largo il paese: rendersi conto degli sfollati, organizzare gli eventuali soccorsi, interloquire colle autorità superiori.
Ed è ovvio che il problema principale era la zona centrale di Lauro: la piazza colla chiesa e via Fontana. E il 27 novembre è emessa una relazione tecnica sulla situazione della chiesa: isolare tutta l’insula parrocchiale e mettere in sicurezza le criticità. E lo si fa, con una rapidità che oggi fa arrossire le lungaggini a cui si assiste spesso.
Il 29 novembre, a sera, arriva da Reggio Emilia una ruspa di dimensioni grandissime, della Ditta Fontanili… E il 30 inizia il lavoro. Il problema è che non vengono abbattute le sole parti pericolanti, perché la ruspa inizia ad aggredire la prima delle 20 campate possenti della chiesa… Ma la prima campata è resistente: solo il 2 dicembre crolla, rovinando sul tamburo e sulle prime cappelle prospicienti l’ingresso.
Poco dopo crolla anche la seconda capriata. E’ un battere continuo dei martelli (perché ora le ruspe sono due, sempre provenienti da Reggio), e polvere e sgomento che man mano salgono…
Perché si vedono giungere dei cavi di acciaio (valore dichiarato di 3 milioni) per imbragare le varie parti del tetto e chissà, farlo venire giù… Ma le ruspe non posso andare oltre. La chiesa è troppo vasta… E allora? Le ruspe percorrono il Vicolo del Carmine… Ma niente, troppo stretto.
E’ allora che Don Rocco ha l’impressione che… che la chiesa venga abbattuta del tutto! E un nome rimbomba alle sue orecchie… Setaro, Setaro… Il vecchio sindaco!
Già! Setaro e il suo progetto: una piazza monumentale per Lauro, con porticati e negozi e palazzi laterali come al nord! Unico impaccio… la chiesa… Magari da abbattere, portando la cura pastorale alla Collegiata.
E don Rocco rimugina… E se Colucci pensasse al progetto di Setaro?
Io non so dire se sia stato il reale pensiero di questi due Sindaci. Racconto solo quanto mi riferiva il parroco, sospendendo io stesso il giudizio (chi sono io davanti a questi nomi che venero?).
I cavi non vennero usati: significava creare una situazione ben peggiore del terremoto. Si fece strada allora l'ipotesi - che non ho mai voluto verificare - di far operare le ruspe abbattendo il palazzetto di San Filippo (dov'è ora la sala parrocchiale).
E' ora di agire. Don Rocco lo sa.
E' il 3 dicembre. Mattina. All'improvviso suonano le campane. A martello. Chi le ha sentite (a Lauro l'ultima volta suonarono nel giugno del 2000) sa come suonino. Un martellio intenso, che ti incita a correre, ti dà forza e entusiasmo, ti... beh quasi ti gasa! Se poi le ascolti con una sinfonia di Padre Davide da Bergamo, ebbene, sì forse sei a Lauro, a rivivere quel 3 dicembre 1980.
Corrono le devote (nessun cuscino. Le gravidanze furono finte dalle Tauranesi in occasione della guerra dei Santi del 1964 - ma ne riparleremo!). Corrono i bambini. E corrono le famiglie dell'insula della chiesa, quelle di via Fontana, quelle del Chiazzullo e del vicoletto: Armando Manzi, e Antonietta Ferraro. E il barista Giacomino Moschiano. E la moglie di Benito Vona colle figlie. Le ruspe indietreggiano.
Non potranno fare altro nemmeno a via Remondini, al palazzo Manara. Rega Giosuè e Renzullo Elisa si oppongono. E allora? Si va a Fellino, ad abbattere la casa a fianco dell'Arco di Fellino... Ma lì sul piede di guerra c'è il prof. Corcione!
Ovviamente il commissario, il dott. Leopoldo D'Andrea vigila su tutto. E un fonogramma non è solo inviato alla Questura e al Prefetto... Ma arriva anche alla Sovrintendenza dei Beni Culturali.
Il 4 dicembre le campane non suonano. Ma c'è una processione di esercenti che fanno la spola tra Comune e Parrocchia. Tutto è transennato... ma gli affari? Gli affari vanno avanti, altrimenti come si vive?
Ci sono i barbieri, e c'è il macellaio; c'è il barista e ci sono i salumieri. E non va dimenticata la lavanderia! Biagio Ferraro e Ciro Sola sono i barbieri; Attilio Castaldo è il salumiere, col papà che è mast' Peppe, calzolaio a Piazza Nobile...
Nello studio di Colucci, Sindaco e Parroco cercano di capirsi, di "annusarsi"... Forse non tutto sarà andato per il verso giusto se il 5 dicembre don Rocco è a Napoli. Nello studio di Corrado Ursi, cardinale di Santa Romana Chiesa e arcivescovo di Napoli, custode di San Gennaro e metropolita,  e chi più ne ha più ne metta... Occorre parlare con Paolo Martusciello, provveditore alle Opere pubbliche... E il cardinale dà un biglietto di presentazione al Parroco che già si sta alzando dalla sedia di fronte al porporato... quando... quando Giacinto Mazzocca (te li giochi i telefonini di oggi!) chiama direttamente allo studio del cardinale. "Parroco, tornate a Lauro, c'è la Soprintendenza!".
Si, era arrivata la Soprintendenza. E sarà lei a decidere ormai il da farsi, tutelando i restauri che verranno poi effettuati dalla Ditta Tortora di Casamarciano, concludendosi il 30 agosto del 1992.
Finisce così nel giro di pochi giorni una delle famose “lotte” lauretane. E io non trovo le parole adatte a concludere. Perché al pensiero di guerre dei santi, o di schiaffi  - ma non anagnini –,  di fascisti o antifascisti, di cuscini messi sotto le vesti, o di campane a martello, beh… il cuore si intenerisce, e si sveglia l’orgoglio. Quello di essere anch’io uno di Lauro. Perché chi è di Lauro ha carattere e non demorde. Sì,  si infiamma ma quando si infiamma… brucia e riscalda tutto.
Buona notte!



domenica 2 giugno 2013


Ricordando il professore Corcione…
La parola… A volte è sussurrata e subito dopo è detta e ridetta, financo urlata… Per essa il sentimento prende voce, e l’amore o l’odio, e le passioni tutte giocano coll’alfabeto del dire … E quando tace spesso dà voce al linguaggio paludoso dell’ignavia. Quante parole, pensate e riflesse… o sprecate, perché si vuole parlare ad ogni costo e sempre.
Lui, l’optimus magister, amava indugiare sulle parole. Non improvvisava. Non parlava subito. Ma rifletteva. La sua era la fierezza dell’uomo di studio che nasce dalla fedeltà al senso delle parole. E questa sua fedeltà è stata per chi lo ha conosciuto vera scuola di vita che diceva della sua ascesi spirituale, di quella sobrietà e finezza che lo hanno reso maestro di vita.
Quante volte ha rimirato l’Arco di Fellino, e quei versi scritti dopo il terremoto insieme a don Rocco! Vi ripensava ancora qualche tempo fa, dopo anni e anni ormai… “Io ci penso tuttora la notte, lo sa?”…
Le notti del professore Corcione! Notti di un uomo di studio, di un uomo colto e perciò anche solitario esploratore di orizzonti non da tutti varcati… Chino sui testi egli ha reso vivida quella lucubratio che Forcellini (l’amato Forcellini!) aveva descritto… La lunga veglia, alla luce di una lampada, a cercare il senso di un testo, a renderlo vivo… fino a giungere a quel momento sublime dell’approbatio: “si, finalmente… si traduce così!”. Perché tradurre non è mai riportare un verbum ad verbum. Solo il poeta traduce, solo l’appassionato sa trasmettere le emozioni di un classico.
E solo chi è umile lo sa fare. Perché le sue ore che sono divenute giorni e mesi e anni di studio gli hanno sempre sussurrato di tenere i piedi saldi per terra. Non si considerava mai un uomo valente, superiore, elitario. Quante volte andava da don Rocco, a consigliarsi, con quell’Asino d’oro tra le mani! Quanta umanità!
Optime magister! Tu anche hai dato lustro a Lauro, educando tanti giovani, affascinando col tuo dire, nel modo unico e difficile della sobrietà e della discrezione. Ci hai insegnato un sentiero verso il mondo lontano ed eterno dei classici. E tu stesso sei divenuto così immagine viva di una Lauro nobile e bella, semplice ed elegante.
A volte eri pensoso, quasi simile all’antico Giuliano perché pochi amavano i classici, pochi gustavano la poesia, pochi vegliavano come un tempo. Ma la stima che oggi tutti ti rendiamo ti rinfrancherà certamente. Il tuo lavoro e la tua passione ci hanno resi più ricchi di umanità. Continueremo il compito che ancora ci hai assegnato. Essere uomini sobri e fedeli, e seri. Dei veri laurinensi.
E  grato e ammirato si alza il saluto, come un’antica consolatoria, ormai tutta nuova per tuo merito: Vale, et multum gaude. Dii vero tibi fausta concedant, redire domum amicam in patriam...



giovedì 23 maggio 2013


Il mio 23 maggio

Scinne cu me nfunn' ô mare a truvà chello ca nun tenimm' 'a ccà
 viene cu me e accummencia a capì comm'è inutile stà a suffrì
guarda stu mare ca ce nfonn' 'e paure sta cercann' 'e ce mparà

Attendevamo tanto quel 23 maggio! Da mesi lì al Convitto si contavano i giorni. Alba dopo alba, tramonto dopo tramonto Nola era tutta un cantiere: piazza d’Armi, la Cattedrale e la sua insula… Cominciavano anche a giungere quelli del Vaticano. Fino ad allora li avevamo visti in televisione. Il primo a venire fu Marini, il cerimoniere del papa. Alto e gelido, a stento salutava i provincialotti corsi a fargli la corte. Un vero manager del sacro: “tu a destra, lui a sinistra… inchino e riverenza, tiri doppi e semplici…”. Allora ero già cattivello: mi venne in mente Wilde… cosa sono i riti cristiani se non una tragedia greca rimessa in scena?
Intanto ogni mattinata inesorabilmente ci richiamava ai nostri doveri di alunni. In quel maggio di fine ginnasio non potevamo eludere ancora la consecutio temporum, né potevamo fuggire le versioni di Aristotele e Platone. C’eravamo pure svezzati, e don Andolfi se n’era accorto. Ormai non cercavamo più come manna nel deserto le dritte del Castiglioni o del Rocci. Avevamo adocchiato lo scaffale dei classici giù in biblioteca. Era nascosto con cura, con quella meticolosità e quel sospetto tutto pretesco mascherato dalle virtù della vigilanza e dell’ascesi… Calvino aveva ben da imparare lì a Nola! E ogni pomeriggio chiedevo alla bibliotecaria tanti testi tra cui i classici tradotti. Non ci faceva caso perché era già un anno che consultavo libri in lingua straniera. E il gioco era fatto.

Ah comme se fà a dà turmiento a ll'anema ca vo vula'
si tu nun scinne 'nfunno nun 'o puo' sape'
no comme se fa' a te piglià surtanto o mmale ca ce sta
e po' lassà stu core sulo mmiez' â via

Era ammaliante quel maggio del ’92… Un caldo ormai estivo, e la collina di sant’Angelo era un tripudio di odori e di verde. E il pomeriggio era più allettante se passato su alla rocca di Castelcicala anziché stando chini sui classici… Behbeh (così chiamavamo il nostro docente) avrebbe capito… E allora si saliva spediti, colla fantasia di ginnasiali in cerca della casa di Giordano Bruno… Sarà nato qui? O lì?... Le ricerche d’un tratto finivano lì al torrione… Che panorama! Il vallo a sinistra, il Vesuvio di fronte, Avella alle spalle e alla destra Caserta… Oltre sapevamo che c’era l’immenso mondo da scoprire. Alle cinque puntuale suonava la campana dei Camaldolesi. Forse la muoveva il converso polacco…chissà… I pochi reduci di Montecorona ci davano il segno: bisognava tornare giù, altrimenti quel vicerettore… ah! Varcata la porta carraia i corridoi solenni non aiutavano a rientrare nella compostezza del luogo. La filodiffusione, geniale trovata del nuovo preside, trasmetteva senza posa il duetto di Mia Martini e Roberto Murolo… Doveva piacergli un sacco, se dalle 8 del mattino alle 7 di sera era un continuo echeggiare…
Eneide, canto X: “Aprissi la magion celeste intanto, e del cielo il gran padre in cima ascese del suo cerchio stellato”. Mi piaceva troppo la traduzione di Annibal Caro ed era il mio sollievo durante quei temi virgiliani che implacabili ci attendevano il giovedì… Ormai l’anno stava finendo. Col pio Enea eravamo giunti a quei boschi incantati di Fauni e Ninfe, nemora indigenae Fauni Nymphaeque tenebant… avevamo visto la morte di Eurialo e Niso e pensosi ci eravamo attardati, mentre il nostro docente piangeva leggendo, come già aveva pianto quando aveva declamato le pagine manzoniane di Cecilia. Imparammo allora che le lacrime contraddistinguono i classici… Aveva ragione Peyrefitte: “il faut passer entre les mains des révérends pères”.

Saglie cu 'mme e accummience a cantà nziem' ê nnote ca ll'aria dà
senza guardà tu cuntinua a vulà mentr' 'o viento ce porta là
 addo ce stann' 'e pparole cchiù belle ca te piglieno pe mparà

Finalmente… 23 maggio! Alle sei i primi autobus da Torre Annunziata. Gente di mare, abituata alle veglie… Avevano parcheggiato giù da noi. E la loro voce allegra era più sonora di un concerto di campane! “Ecclesia supplet… Niente preghiera stamattina…” Il pragmatismo del Magnifico Padre Terrore non s’era smentito nemmeno allora… Cis, Cimitile e finalmente Nola… Eccolo… Il Papa era tra noi! Fazzoletti in aria, cori che ricordavano un soldato innamorato che diceva al suo amore “Te voglio bene assai”…
Non ricordo le sue parole. Ma quelle di Tramma sì: “Pietro, che cosa dobbiamo fare?”… Tramma! Lo chiamavano “gemma del clero napoletano”. Cresciuto a Forcella, tra i vicoli caotici, e dalla scuola di Mallardo si era volto poi ai sofismi del brocardo… Un uomo apparentemente freddo con insistenza accorata chiedeva due volte a Pietro cosa si doveva fare…
Già: cosa fare in quel maggio del ’92? La classe politica cadeva a pezzi sotto i colpi di una magistratura che di lì a poco si sarebbe fermata, favorendo o causando o soppiantando un cambiamento epocale. Non passava giorno che non si leggeva di un parlamentare inquisito. Mostri sacri fino al giorno prima che d’un tratto parevano cianfrusaglie da bancarella. E un partito che evocava ancora un passato. Ma non un futuro.
Ma la politica sembrava lontana. Più vivido era ancora il sangue sulle strade… Appena sei mesi prima la strage a Scisciano. E maggio non si era aperto bene. Cinque morti ad Acerra, tra cui una donna incinta e un quindicenne. “Pietro, che cosa dobbiamo fare?” tornava a dire Tramma.

Ah comme se fà a dà turmiente a ll'anema ca vo vulà
si tu nun scinne 'nfunno nun 'o può sapè no

Come tutti i giorni a lungo attesi anche quel 23 maggio passava veloce. Era quasi il tramonto quando arrivai a casa: vi mancavo da quindici giorni… Come tutti appresi la morte di Falcone dal televisore. Chi fosse non lo sapevo. Era già da qualche tempo a Roma, e allora le notizie non si inseguivano colla rapidità odierna. Ma il clamore e la commozione erano in molti, anche se io non capivo tanto. Fu solo seguendo la diretta dei funerali che cominciai a scorgere la gravità del momento. “Sinagoga di Satana”… Uno come Pappalardo non poteva non misurare le parole né contenerle. Sinagoga di Satana: solo la mafia? E in quella sera stessa dei funerali in tutta fretta era eletto Scalfaro. Con un discorso di lì a poco che avrebbe potuto gareggiare con un’omelia. Da far stropicciare il naso. Perché Cesare deve sempre avere la sua parte. Altrimenti si sbilancia tutto. E non è un bene. Meglio Pappalardo, sine dubio.
D’un tratto ci rendemmo conto che qualcosa era cambiato. Andolfi in quelle mattine di fine maggio era pensieroso. Vecchio e caro e venerato maestro che ci aveva imparato il latino spesso parlando solo in latino! Di lì a poco ci avrebbe lasciato, per ricominciare un nuovo ginnasio. “Per domani canto XI dell’Eneide. Lettura e commento, e anche parafrasi”.
Non ci fu nessun commento dell’Eneide quell’indomani.  La ford bianca malandata di monsignor Andolfi non si vide. Era rimasto lì, nei pressi di Pompei, a pregare il rosario per Elisabetta, l’unica e amata sorella che lo accudiva e che quella notte era partita. Il giorno prima ci aveva detto: “Seguite le cronache di questi giorni. Accade qualcosa di notevole”.
Compresi così un po’ meglio la risposta del papa a quella domanda insistente di Tramma… “Pietro cosa dobbiamo fare?” “Siate testimoni” aveva risposto con immediatezza il papa polacco. Sii un testimone: sii attento a non subire mai gli eventi. Non essere indifferente alla vita. Non perderti. Abbi cura di te, perché anche tu avrai un giorno qualcosa da dire.

Comme se fa a te piglià surtanto o mmale ca ce sta
e po' lassà stu core sulo mmiez' â via…

La filodiffusione dei corridoi si spense. Per non riaccendersi più.  Chiudemmo i libri e tirammo alle spalle la massiccia porta dell’aula. In mente ancora i versi di quel canto XI di Virgilio: “Passò la notte intanto, e già dal mare 
sorgea l'Aurora” .
Avevamo quindici anni. Finivamo la V ginnasiale al Vescovile di Nola…






giovedì 2 maggio 2013


Flash mob

Per la terza volta nel giro di un mese mi imbatto in iniziative pastorali di varie diocesi tutte intitolate “Flash mob per…”. Ora è un canto, ieri un ballo e domani sarà un happy hour, giovanile e a tema. E per la terza volta mi sono fermato a riflettere su tali attività. Con un pizzico – ahimè, lo riconosco – di scetticismo. Perché innanzitutto non capisco di per sé molte cose, - vuoi per chiusura mentale ma anche e soprattutto per ignoranza – e perché ho la brutta abitudine di riflettere molto sulle parole, nel loro contesto filologico innanzitutto. E il riflettere molto spesso crea problemi perché la propria idea quasi mai è simile a quella altrui.
Flash mob: mobilitazione lampo, raduno fulmineo. Questi potrebbero essere i concetti che si nascondono dietro ai due termini inglesi, una delle lingue più duttili che esistano. Basta leggere le cronache per sapere la storia del termine, nato ormai dieci anni fa in ambiente anglosassone e ora arrivato in Italia. Nulla di nuovo se una moda ormai decennale arriva da noi così in ritardo, e nulla di nuovo se tutti si entusiasmano per una cosa per altri contesti direi quasi “passata” ma qui nuova, anzi, di più, a la page!
E rileggendo le cronache impariamo anche che il flash mob nasce come “coreografia” quasi sociologica, con vari fini: riunione, aggregazione, manifestazione.
E se ormai il termine è alla moda è ovvio che non poteva sfuggire agli operatori pastorali. Anzi: se per la terza volta in un mese mi imbatto nel termine applicato alla pastorale, allora è in atto l’ulteriore tentativo di monopolizzazione da parte della Chiesa di parole o concetti intramondani.
Nulla di nuovo: la Chiesa, vera esperta di umanità, nel corso del tempo ha saputo dialogare con i contesti culturali più diversi ed estremi. Come dimenticare i primi Apologisti che sfidavano l’impero e i tanti Celso? Anzi Giustino parlava di semina verbi, di spolia Aegyptiorum: tutto di buono la cultura antica aveva era autenticamente cristiano.
Ma un flash mob può paragonarsi, pensando a questo dialogo arduo e nobile colla cultura mondana alle antiche Apologie, o che ne so a Möhler o alle corrispondenze di Giuseppe De Luca?
No, decisamente. Non perché quella era cultura alta e questa sia bassa. Ma perché a mio dire il progetto che anima le varie iniziative citate è completamente diverso. E il termine flash lo dice chiaramente.
Si tratta di una iniziativa lampo, fulminea, rapida nel verificarsi e ancor più veloce nel concludersi.
Mi sono chiesto se il vangelo registri una sorta di flash mob paragonabile a questi in voga oggi nella pastorale.
La scena evangelica del Tabor è molto suggestiva: il Signore rapidamente si trasfigura. Ammantato di luce, dalle vesti più candide della neve, superiori al biancore che ogni lavandaio sa produrre. E in Pietro e Giovanni è forte il desiderio di fermarsi: di più, sostare. Dimorare in tre tende, per contemplare la scena a lungo. Ma il Signore fa capire che il tempo della visione è finito: occorre tornare alla normalità.
Un’ulteriore flash mob è tutto l’apparire del Risorto, interpretato da quel “noli me tangere, perché ancora non sono salito al Padre” e che trova a mio dire il culmine alla tavola di Emmaus: mane nobiscum, quia advesperascit… intrattieniti ancora con noi Signore perché il sole tramonta…
Questi flash mob evangelici lasciano pregustare le cose future. Sono simili ai nostri assaggi culinari, o ai trailers cinematografici. Muovono la fantasia e la curiosità, il desiderio e la conoscenza. E perché lasciano pregustare le cose future hanno anche un evento qualitativo altissimo. Proiettano infatti il tempo umano nel tempo divino, quello della pienezza e della definitività. Il Tabor lascia intravvedere la Passione ed Emmaus lascia pensare al banchetto del regno.
E i nostri flash mob? O differens receptio!, cantano ogni pomeriggio i frati del Santo Sepolcro.
C’è a mio dire una differenza forte. Quella di non essere eventi significativi ma momenti normali di una pastorale ormai stanca che corre lungo i binari disimpegnati di una eccessiva mondanizzazione.
Può un canto o un ballo di frati o l’invasione rapida di una strada esaurire l’evangelizzazione? Qual è la qualità del messaggio che si vuole trasmettere? Confesso di non capirlo né saperlo. E vorrei invece essere sinceramente illuminato su tali cose.
Ma non trovo risposte. E allora sorge il dubbio di una pastorale ripeto improvvisata, che si accontenta di poco e che rincorre il mondo lasciandosi ammaliare ma senza trasmettere originalità. Perché l’improvvisazione è proprio quando si progettano attività che dopo non lasciano nulla di concreto, quando si è animati dal fare ad ogni costo qualcosa purchè la si faccia, e purchè l’ultima agenzia di news ne parli, con tanto di interviste degli organizzatori e video su youtube da rivedere alla pizzata in casa degli amici.
Che alternativa offrire? Per me rimane sempre affascinante Paolo quando parla di stoltezza cristiana e sapienza mondana. Le pagine esegetiche si sprecano, e non saprei nemmeno interpretarle. Ma la stoltezza e la sapienza trovano in lui la sintesi nella croce. Ecco: io mi attendo una pastorale che punti all’essenziale, a ciò che più conta. Alla croce. Alla fatica della predicazione, quella del contatto vivo con le persone e che si intrattiene, anzi indugia davanti al silenzio della croce.
E mi attendo una pastorale che punti in alto e oltre l’alto: al cielo. A quel tempo ultimo verso cui il nostro tempo è diretto.
Mi rendo conto che sono pensieri marginali di un uomo marginale come me. E la marginalità è sempre un problema: e perché scomoda, in quanto si conforma poco al pensiero dominante, e perché decisamente più solida (meglio dire pesante) e quindi difficilmente galleggiante nella Liquid modernity.

mercoledì 10 aprile 2013


La speranza. Antidoto contro le disillusioni? O illusione essa stessa? Un tirare avanti, a sopravvivere? E’ la virtù più delicata che ci sia, la più fragile, la più equivoca. Perché facilmente confusa coll’ostinazione o la rassegnazione. Di essa si può dire tutto e nulla. Da dove impararla? Dove scorgerla? Nel lavoro paziente del contadino. Quando è inverno. Allora la natura tace. Ma lui si leva dal sopore della notte e corre al campo. Paziente scorge le nuvole, saggia il freddo. E con benevolenza guarda la terra. Sa che essa fiorirà. Sa che tra poco, non si sa quando, ma tra poco tutto germoglierà. Ecco la speranza: attesa della certezza del cambiamento.

martedì 9 aprile 2013


Giovedì santo.
Notte. Non silenziosa. Le auto sfrecciano sulla tangenziale romana. Una sirena di polizia rincorre fino a confondersi quella appena passata dell’ambulanza. Di lontano le musiche del Tiburtino si mischiano ancora coi tanti vocii dei locali. Questo leggero vento primaverile sembra non aiutare il bisogno di silenzio che stasera avverto con più desiderio.
Guardo il cielo romano. I bagliori dei lampioni lo tingono di rosso, il tipico colore della città serale. E il cuore rincorre con nostalgia le immagini di questa misteriosa sera.
Che contrasto tra i rumori e le immagini della città se paragonati ai momenti decisivi di Gerusalemme. In questi esatti momenti Tu pregavi, e gridavi, e sospiravi, e offrivi.
La tua passione iniziava dirompente. Preparata da tempo, misterioso disegno di amore che ora più non trattieni. Tra forti grida e lacrime.
Non so se avrei vegliato con te, non so se avrei come Pietro ceduto al sonno. Ma questo rimanere attardato ora alla finestra mi fa pensare che forse avrei cercato almeno un po’ di farti compagnia.
Mi rendo conto che la tua notte è simile alle nostri notti. Anche allora si facevano cento e mille cose: ci si divertiva per la pasqua, o si tramava o chissà cosa.
I rumori della città stanno diventando la mia preghiera. Il ricordo di quel giardino mi riconduce con impeto a questo Tiburtino. Qualcuno penserà a te? Non lo so. Si ricorderà la tua notte?
Si, si ricorderà sempre, ogni sera. Se ne rammenterà il povero che torna verso i sottopassi, per avvolgersi nei cartoni e dormire. Con te piangerà quell’immigrato che oggi ha mangiato e domani, chissà…
La tua notte è la nostra notte. Ogni notte è giovedì santo. E così ancora mi fermo, e ti chiedo: ricordati delle miserie umane, tu che hai sofferto e amato. Arricchisci queste notti, così strane, così umane.
Ancora mi soffermo alla finestra. Immerso in questo amoroso mistero.

Lauro e Umberto Nobile: nuove luci dopo 135 anni…

Ed eccoci a festeggiare il 135° compleanno del generale Nobile ricordando quel 21 gennaio del 1885, il giorno dopo la festa di Lauro. Don ...